martedì 19 settembre 2023

Migranti a Martha's Vineyard

Oggi ho letto un ampio resoconto della Ap sulla questione migranti irregolari negli Stati Uniti e sulla scelta dei Governatori di Texas e Florida, lo scorso anno, di spedirli - con bus o addirittura voli gratuiti - negli Stati governati da Democratici. 

Anche in luoghi esclusivi, come Martha’s Vineyard, l'isola dello Stato del Massachusetts da sempre luogo di ritrovo dei liberal americani, dai Kennedy ad Obama.

Cosa fecero i Governatori Repubblicani Desantis e Abbot? Decisero di agevolare la strada ai migranti irregolari - cubani, venezuelani ma anche colombiani e nicaraguensi - e oltre a spedirli a Washington ed a New York con bus gratuiti li hanno imbarcati su un volo destinato direttamente nella località vacanziera. Un modo per mettere in difficoltà i loro avversari politici e per scaricare altrove una parte del problema migranti, che tocca particolarmente le loro frontiere.

I migranti avevano anche volantini in cui veniva spiegato loro che avrebbero avuto cibo, alloggio e un lavoro. Non erano migliaia, solo qualche decina. 

La Florida ha stanziato 12 milioni di dollari per questi viaggi. Per trasportare gratis altrove quelli che vengono chiamati "unauthorized aliens".

Un anno dopo, quei migranti arrivati in volo sono ancora a Martha's Vineyard, in attesa del riconoscimento dell'asilo o del visto. Ma stanno bene, e forse il fatto di aver fatto richiesta d'asilo nel Massachussets li aiuterà un po'. 

Uno di loro racconta in una intervista alla Npr che non ha ancora il permesso per lavorare ma - evidentemente al nero - guadagna qualcosa. Gli manca la sua famiglia ma ogni giorno si ripete: sono davvero qui? 


martedì 19 marzo 2019

Terroristi ed eroi

L'elenco che qui incollo è tratto da un documento ufficiale del Consiglio dell'Unione europea.

1. «Organizzazione Abu Nidal» — «ANO» (alias «Consiglio rivoluzionario Fatah», alias «Brigate rivoluzionarie arabe», alias «Settembre nero», alias «Organizzazione rivoluzionaria dei musulmani socialisti»). 2. «Brigata dei martiri di Al-Aqsa». 
3. «Al-Aqsa e.V». 4. «Babbar Khalsa». 
5. «Partito comunista delle Filippine», incluso «New People's Army» — «NPA» («Nuovo esercito popolare»), Filippine. 
6. Direzione della sicurezza interna del ministero iraniano dell'intelligence e della sicurezza. 
7. «Gama'a al-Islamiyya» (alias «Al-Gama'a al-Islamiyya») («Islamic Group» - «IG»). L 6/8 IT Gazzetta ufficiale dell'Unione europea 9.1.2019 
 8. «İslami Büyük Doğu Akıncılar Cephesi» — «IBDA-C» («Fronte islamico dei combattenti del grande oriente»). 
9. «Hamas», incluso «Hamas-Izz al-Din al-Qassem». 
10. Ala militare di Hezbollah («Hizballah Military Wing») [alias «Hezbollah Military Wing», alias «Hizbullah Military Wing», alias «Hizbollah Military Wing», alias «Hezballah Military Wing», alias «Hisbollah Military Wing», alias «Hizbu'llah Military Wing», alias «Hizb Allah Military Wing», alias «Consiglio della Jihad» (e tutte le unità che dipendono da essa, compresa l'Organizzazione per la sicurezza esterna)]. 
11. «Hizbul Mujahideen» — «HM». 
12. «Khalistan Zindabad Force» — «KZF». 
13. «Partito dei lavoratori del Kurdistan» — «PKK» (alias «KADEK», alias «KONGRA-GEL»). 
14. «Tigri per la liberazione della patria Tamil» — «LTTE». 
15. «Ejército de Liberación Nacional» («Esercito di Liberazione Nazionale»). 
16. «Jihad islamica palestinese» — «PIJ». 
17. «Fronte popolare di liberazione della Palestina» — «PFLP». 
18. «Fronte popolare di liberazione della Palestina — Comando generale» (alias «Comando generale del PFLP»). 
19. «Devrimci Halk Kurtuluș Partisi-Cephesi» — «DHKP/C» [alias «Devrimci Sol» («Sinistra rivoluzionaria»), alias «Dev Sol» («Esercito/Fronte/Partito rivoluzionario popolare di liberazione»)]. 
20. «Sendero Luminoso» — «SL» («Sentiero luminoso»). 
21. «Teyrbazen Azadiya Kurdistan»– «TAK» [alias «Kurdistan Freedom Falcons», alias «Falchi per la libertà del Kurdistan» («Kurdistan Freedom Hawks»)]. 

Ogni sei mesi questo organismo aggiorna l'elenco delle organizzazioni terroristiche.  L'elenco è dei primi di gennaio e tra le 21 sigle indicate c'è anche il PKK, partito comunista del Kurdistan.

Tra parentesi: è rimasto nella lista anche se poche settimane prima, in novembre, la Corte di giustizia europea aveva emanato una importante sentenza proprio sul PKK che andava nella direzione opposta. Ma non vogliamo parlare di questo.

Lorenzo Orsetti, il giovane fiorentino morto pochi giorni fa ucciso dai terroristi dell'Isis e celebrato da tutti, con qualcuno che propone anche medaglie d'oro al valor civile o militare, combatteva insieme ai curdi del PKK.

Meno noto Pierluigi Caria, un altrettanto giovane italiano, di Nuoro, che pure ha combattuto in Siria e che, in Italia, a un certo punto è stato messo sotto inchiesta come "foreign fighter". Proprio oggi, mentre si celebra Orsetti, Caria era in udienza preliminare a porte chiuse. A leggere questo dispaccio Ansa la sua vicenda potrebbe essere derubricata proprio in virtù della sentenza europea di cui parlavamo prima.

Tuttavia colpisce l'improvvisazione e la ondata tutta emotiva con cui la stampa - i giornalisti - trattano le notizie, senza neppure collegarle tra loro e senza avere nemmeno il vago bisogno di capire meglio. Voglio dire: la notizia della morte di Corsetti avrebbe dovuto far pensare a Caria, che non solo non è un eroe ma rischia un processo.

Qualche anno fa - mica decenni, pochi anni - il tema dei foreign fighter era gettonatissimo. Ovviamente fecero una legge, anzi una serie di leggi. L'ultima è del 2015, governava il Pd, mica Salvini. Si temeva l'effetto indottrinamento di internet, si temevano i jihadisti della pianura padana che andavano a combattere per lo Stato Islamico. E dunque si scrissero nuove pene per chi dall'Italia parte per andare a fare del terrorismo. Si pensava all'Isis.

Ma la legge ovviamente non poteva parlare solo di loro. Doveva includere chiunque decida di andare a fare il terrorista in giro per il mondo. Il terrorista che va a fare terrorismo rischia diversi anni di galera. Quando torna in Italia si occuperà di lui la Procura nazionale antimafia.
E chi fa il terrorista? Chi si arruola con organizzazioni terroristiche. E quali sono le organizzazioni terroristiche? Quelle che sono in quel famoso elenco.
Compreso il PKK. 

Dunque oggi abbiamo un nuorese forse a processo, forse a causa del fatto di essere andato a combattere con i buoni, e un fiorentino morto, "crociato" secondo l'Isis, combattente per la libertà secondo tutti noi, che meriterà una medaglia per essere andato a combattere con i buoni.

Fino al prossimo slancio emotivo e - mi raccomando - sempre senza collegare i puntini.

giovedì 14 dicembre 2017

Banche, perché il campanilismo toscano è peggio della sindrome nimby

C'è una sorta di ottusità toscana nell'atteggiamento di Boschi e Renzi su Banca Etruria. Una ottusità comune per la verità ad altri campanilismi ma particolarmente forte in Toscana, dove il legame con il territorio è una cosa quasi religiosa e l'ottuso attaccamento alle tradizioni locali è un male che procura danni all'economia più della corruzione, della sindrome del nimby e dei Tar che imbrigliano le libere forze del mercato.

Basti pensare al rito primitivo che ancora oggi pervade Siena e i suoi abitanti durante il Palio o all'attaccamento esagerato ad un paesaggio noioso come quello delle colline di quelle parti.

Comunque non è il caso di deragliare sull'antropologia.

Basta elencare alcuni fatti.

1) L'ostinazione con cui Boschi e Renzi ripetono che il governo ha commissariato Banca Etruria è nel migliore di casi sintomo di approssimazione. A decidere di commissariare le banche è la Banca d'Italia. E' vero che formalmente la Banca d'Italia propone e il ministero dell'Economia dispone ma la vera notizia sarebbe un commissariamento proposto da Banca d'Italia e non attuato dal Mef. Insomma: è un atto dovuto o quasi. Rivendicarlo come un merito è un po' naif da parte di entrambi. Ripetere "noi li abbiamo mandati a casa" insomma è davvero un po' naif. Date retta.

2) Boschi non ha fatto nulla di male a parlare con Vegas su Etruria e non avrebbe fatto nulla di male anche parlando con Ghizzoni, qualora l'avesse fatto. Il problema è cosa ha detto, perché quello che sembra chiaro è che lo ha fatto non con l'autorevolezza di un esponente di governo qual'era ma con l'approssimazione di una autorità locale qualsiasi, preoccupata - come una qualsiasi municipalità di un qualsiasi comune toscano o di altra regione - del legame con il territorio della banchetta di paese. E per questo chiedeva a Vegas, che poi non c'entrava nulla, se secondo lui Vicenza andava bene.
Che poi è la stessa preoccupazione che avevano gli amministratori, i sindaci e i presidenti di provincia quando ad Etruria si raccomandava di cercare un interlocutore. Non volevano la Banca Popolare di Vicenza non perché fosse inguaiata - nel 2014 non lo era o nessuno ancora lo aveva ben capito. Non volevano Vicenza perché non avrebbe fatto gli interessi del "territorio". E per questo e solo per questo hanno detto di no. Meglio una banchetta, insomma, anche se poi è andata come è andata.

3) Ha ragione Renzi che questa è diventata un'arma di distrazione di massa. Fin dall'inizio l'attenzione su Etruria è stata decisamente eccessiva, responsabilità delle opposizioni in Parlamento. Il vero tema sarebbe come è il sistema bancario italiano, quali limiti ha. Di questo non si è parlato abbastanza in commissione. Però è anche per colpa di Renzi e dei suoi deputati e senatori, che hanno passato il tempo a cercare di dimostrare che c'è stato un problema di "vigilanza", cioé che la Banca d'Italia ha qualche colpa. Il fallimento delle banchette però non è colpa di Bankitalia né di Vegas né della Boschi né di Renzi. E' colpa degli amministratori delle banchette e della loro illusione di fare senza le fusioni. E' colpa del fatto che esistesse una banca con il nome "banca popolare dell'etruria e del lazio". Oggi, per dire, Cariprato, che fu presa da Vicenza qualche anno fa, è in mano a Intesa Sanpaolo, perché solo così può sopravvivere. Se ne faranno una ragione, i sindaci e presidenti di provincia e i toscani tutti?


sabato 2 dicembre 2017

Orfini e le "bugie" di Bankitalia

Non saprei dire se si tratti di sprovvedutezza da primo della classe o di ignoranza ma trovo in ogni caso molto fastidioso il tono di Matteo Orfini. Oggi in una intervista afferma che "dire le bugie è peccato". Si riferisce alla Banca d'Italia che - dice lui - pensava di affidare alla Banca Popolare di Vicenza il compito di "aggregare parte del sistema" bancario, favorendo l'acquisto di Banca Etruria. E' inquietante, dice Orfini, che Bankitalia abbia potuto considerare una "banca in difficoltà" come la Popolare di Vicenza come possibile ancora di salvataggio per Etruria.

Visto che oggi sono entrambe banche fallite, dirà il lettore, Orfini ha pienamente ragione.

I fatti però sono diversi e per parlare di queste cose bisogna saper bene di cosa si parla. Orfini fa il primo della classe dicendo che "Bankitalia conosce le carte che ci ha consegnato e che sono secretate e nei le abbiamo lette", facendoci pensare a chissà quale segreto. Ma su Vicenza ed Etruria misteri non ce ne sono. Bankitalia disse in tutti i modi ad Etruria, nel 2013, di cercarsi un interlocutore di "adeguato standing", ovvero una banca più grande. Etruria cercò e l'unica che si fece avanti fu Vicenza. Non fu Bankitalia a sponsorizzarla. Bankitalia prese atto che altre offerte non arrivarono. Doveva fermare l'operazione perché c'era stata una indagine su Pop di Vicenza, in particolare sul prezzo dell'azione, quattro anni prima? Davvero Orfini vuol dire questo?

La verità è che Vicenza fu respinta da Etruria. Ma non perché fosse una banca inguaiata. Nessuno lo pensava. Fu respinta perché pretendeva di comprare a poco e non avrebbe "valorizzato" la "territorialità" di Etruria che - come tutte le banchette - è sempre molto attenta al territorio. Ad opporsi a Vicenza furono il sindaco - Giuseppe Fanfani - i sindacati, e ovviamente gli amministratori di Etruria. Dov'è il mistero? Perdipiù quelli che dicono "meno male" non riflettono su un dato: oggi Etruria è fallita. Magari, con quella fusione, non lo sarebbe stato. Certo non sarebbe andata peggio di come è andata.

Non penso affatto che il Pd o Renzi o la Boschi siano responsabili di come è andata a finire Etruria. Penso che i responsabili del disastro di Etruria siano gli amministratori di Etruria. In parte c'entra anche il "territorio", perché la miopia del territorio è sempre un elemento che conta nel destino di queste banchette. In parte anche il fatto che il territorio allora non disse nulla e oggi è invece un grande coro di "dov'era Bankitalia?".

Qualche anno prima Vicenza aveva rilevato un'altra banca toscana finita male: CariPrato, a causa della crisi del tessile e di "certi errori gestionali", come scrivevano i giornali.
Con la banca toscana erano andati a Vicenza anche alcune opere d'arte. "Ridateci Caravaggio", tuonavano qualche anno dopo sindaco, presidente della Provincia, presidente degli industriali.
Addirittura il presidente della Regione Rossi scrisse a Zonin, a proposito delle opere d'arte.
Ma Vicenza nel 2013 era considerata ben messa. E' vero che era stata oggetto di attenzioni dalla Banca d'Italia negli anni precedenti. E' anche vero però che inaugurava una sede a Roma (occasione nella quale annunciava anche l'assunzione di un ex di Bankitalia, tra l'altro) e ne prometteva una a Mosca. E annunciava acquisizioni. Non solo di Etruria.
Chissà, se le cose fossero andate diversamente oggi avremmo avuto un Orfini laudatore del genio imprenditoriale di Zonin.


venerdì 1 dicembre 2017

Le sette notizie del 2 dicembre

Per capire meglio la questione Ilva ascoltate Borraccino

Per capire meglio la questione Ilva è meglio andare oltre lo scontro tra Calenda ed Emiliano e il sindaco di Taranto e i rispettivi tweet. Il DPCM su Ilva risale a settembre e fin da subito le autorità locali hanno chiesto modifiche, in particolare alle prescrizioni che concedono maggior tempo ad Am Investco, la società che ha rilevato Ilva, partecipata in gran parte dalla multinazionale Arcelor Mittal,  per le opere di carattere "ambientale". In gioco c'è anche il potere della Regione, che ha sue normative sulla salute pubblica.

L'oggetto di contesa di questi giorni però riguarda un ricorso al Tar presentato dalla Giunta Regionale della Puglia e dal Comune di Taranto che - a detta del ministro Calenda - rischia di far chiudere Ilva.
Emiliano invita invece a non creare panico e insiste sulla sua posizione


Sicuramente su Ilva a Taranto ci sono punti di vista molto diversi: una grande azienda siderurgica non è comunque una industria a basso impatto ambientale e dunque non potrà mai essere "pulita". Non piace a una parte della città - un comitato genitori ne chiede semplicemente lo smantellamento. Un'altra parte della città la vuole perché vuol dire 10 mila posti di lavoro senza considerare l'indotto. Difficile decidere, insomma.

Detto questo, stupirà scoprire che nel consiglio regionale della Puglia un consigliere di Sinistra Italiana, sicuramente più "a sinistra" di Emiliano dunque, ha presentato un ordine del giorno per chiedere alla Giunta regionale della Puglia di ritirare il ricorso al Tar. Se ne discuteva oggi.
Solo che la sua proposta, una ragionevole proposta di uno che, più che twittare, diceva: discutiamo con il governo e cerchiamo di ottenere qualcos'altro, non è passata. Emiliano ha parlato, poi lungo dibattito, poi sono iniziate le procedure di voto e gran parte dei consiglieri regionali sono usciti dall'Aula. E quelli che erano in Aula si sono astenuti.  Dunque dopo cinque ore di dibattito il voto non c'è stato, per mancanza del numero legale. Così per un'altra settimana si potrà continuare ad andare di tweet.

Il consigliere si chiama Mino Borracino e per capire meglio la questione vale la pena, in conclusione, leggere quello che ha detto, nei giorni scorsi:

"Ribadiamo ancora una volta che, a nostro avviso, l’unica strada concreta che il Governo deve praticare per coniugare il diritto al lavoro con quello alla salute, è quella di espletare, all’interno delle procedure AIA, la Valutazione dell’Impatto e del rischio Sanitario, così come indicato nelle linee guida VIIAS, redatte dalle Agenzie nazionali di Ispra e Arpa, al fine di garantire la tutela di lavoro e salute all’interno delle procedure di Autorizzazione agli impianti a forte impatto ambientale e sanitario.Il Governo, attraverso il Decreto Balduzzi del 2013, escludeva l’applicazione delle valutazioni sanitarie nell’AIA per le aziende Siderurgiche, facendo così un regalo agli inquinatori e impedendo così di valutare l’esistenza di un rapporto equilibrato fra la presenza della produzione di acciaio e la Città di Taranto. Questo Decreto va cambiato e chiediamo al Governo di farlo. Detto questo, non capiamo la posizione ondivaga del Presidente Emiliano che, fino ad ora si è distinto per non sollevare mai questa situazione, nonostante la Legge sulla Valutazione del Danno Sanitario (L.R. n. 21 del 2012) sia uno dei capisaldi della legislazione della Puglia. Un esempio per l’Italia intera, essendo la prima Norma italiana che disciplina questa delicata materia. Ancor più incomprensibile, e anche un po’ grave, ci sembra la mancata applicazione della Legge regionale sulla Valutazione del Danno Sanitario nei confronti dell’Enel, per l’AIA della centrale elettrica di Cerano. Se è vero, infatti, che per il siderurgico la competenza regionale è stata esautorata dal Governo, è altrettanto vero che sulla centrale a carbone di Cerano (altro grande impianto impattante, al centro di polemiche e inchieste sull’inquinamento dell’area di Brindisi) la competenza della Regione Puglia c’è tutta. Come mai il Presidente Emiliano non ha applicato la Legge regionale nel caso dell’AIA alla centrale di Cerano, avendone piena competenza, mentre per l’Ilva di Taranto sale sugli scudi di una polemica con il Governo che rischia solo di produrre ancor più divisione fra ambientalisti e operai, senza offrire una soluzione? Perché il Presidente Emiliano fa la voce grossa quando la competenza nell’applicare le Norme appartiene ad altri Enti, mentre si defila quando la possibilità, se non il dovere, di applicare le Leggi è nelle sue mani?
Non diciamo questo per polemizzare con il Presidente della Giunta regionale, ma per richiamarlo all’impegno che assieme a lui, abbiamo assunto con i Pugliesi. Questo impegno, prevede anche l’applicazione da parte del Governo pugliese delle Leggi regionali in vigore". 

sabato 25 novembre 2017

Chi, cosa e perché: qualche elemento per capire meglio la strage del Sinai

L'attentato alla moschea di Bir-al-Abd,, nel Sinai centro-settentrionale,è certamente il piu' grave atto terroristico dell'Egitto degli ultimi anni: almeno 235 morti e oltre 100 feriti, tutti musulmani, frequentatori di una moschea dove si pratica il sufismo, piuttosto diffuso nella penisola. 
Perché il sufismo non piace ai terroristi che hanno ucciso? Innanzitutto perché è nonviolento per definizione, ha spiegato a Sky News l'analista Mohannad Sabry.

Gli attentatori avrebbero, oltre che uccidere in una moschea, anche dato fuoco a delle auto nelle strade vicine luogo dell'attentato per impedire o rallentare i soccorsi. Avrebbero anche sparato sui mezzi di soccorso. 

Fino ad ora non ci sono state rivendicazioni e anzi nei social network è circolata anche una dichiarazione di estraneità dell'Isis. Secondo altre fonti gli attentatori - molti, almeno 25 o 30 - avevano bandiere nere dell'Isis. 

In ogni caso la presenza dello Stato Islamico nella penisola non è certo una novità. La branca locale si chiama Wilayat Sinai e lo stesso gruppo era noto fino al 2014 come Ansar Beit al-MaqdisSecondo il Tahrir Institute, che offre sul suo sito diverse analisi sulla presenza del gruppo nella Penisola, da Rafah in giu' il gruppo esercita un controllo del territorio notevole. 
Nel febbraio del 2016 proprio militari egiziani nella cittadina di Bir al Abd furono attaccati da un commando armato. Le milizie di Wilayat Sinai inoltre hanno cominciato da tempo ad agire come poteri pubblici, arrestando esponenti delle tribu' locali ed imponendo sanzioni ma anche presentandosi come efficienti governanti delle aree che pretendono di controllare. 

Uno dei rapporti del Tahrir Institute offre altri spunti interessanti per capire meglio la situazione. 

Quanto alle tribu', una analista egiziana ha scritto oggi sul New York Times che il governo egiziano dovrebbe affidarsi di piu' a loro, che conoscono il territorio ed il cui ruolo è importante per prevenire la diffusione della ideologia dell'Isis già così forte. 

Ma è anche possibile che gli interessi concreti delle tribu' e quelli dei propugnatori dello Stato Islamico coincidano, almeno su alcuni punti, molto prosaici, come traffici e contrabbando. 

Una analisi dell'Atlantic Council parla anche di questo aspetto oltre a sottolineare la nascita, due anni fa, di una "unione delle tribu' del Sinai" proprio in funzione anti-islamista. Anche perché, per gli islamisti, le tribu' sono peggio dei seguaci sufi, pre-islamiche forme di organizzazione, in pratica aggregazioni di selvaggi. 

martedì 17 ottobre 2017

Il Pd, Visco, le banche, la Borsa

Nel gennaio 2016 Matteo Renzi, da segretario del Partito Democratico e presidente del Consiglio, disse che Monte dei Paschi di Siena era ormai una "banca risanata" e che investire sarebbe stato un affare.
Con la leggerezza che lo contraddistingue, aggiungeva anche che era un "bel brand". In rete ovviamente si trovano centinaia di commenti, scritti nel corso dei mesi, perché chi avesse dato retta a Renzi oggi avrebbe perso parecchio. Basta dare un'occhiata al grafico. Il titolo tra l'altro è sospeso dal dicembre scorso.


Questo non per dire che il Pd è responsabile di quel che è accaduto a banche come le venete o le casse come Etruria. Ma per dire che Renzi di economia sa davvero poco e non dovrebbe parlarne.

E' vero che su quel che è accaduto alle banche non c'entra niente, il Pd. E anzi il tentativo che in qualche modo il governo Renzi ha fatto, a dire il vero, è stato quello di superare un sistema un po' troppo provinciale, con banchette di provincia che per forza di cose prestavano denaro agli imprenditori della provincia, che avessero o no le garanzie necessarie. Le banche vicine al territorio e gli imprenditori troppo abituati a finanziarsi con le banche e poco con altri mezzi sono un problema del nostro capitalismo da sempre, e non c'entra certo il Pd, non più di tutti noialtri.

Il fatto è che il partito di Renzi non ha al suo interno personalità che si siano mai segnalate per acume e profondità nelle analisi dell'economia. Forse anche, purtroppo, perché lontani dai poteri che contano e abituati al massimo a incontrare consiglieri di amministrazione di banchette, appunto. Il fatto però è che il Pd ha scritto una mozione in cui chiede una qualche "discontinuità" nella governance di Bankitalia, come se lì ci fosse stata qualche sottovalutazione dei problemi delle banche e dei loro collassi. Come se i firmatari della mozione invece sì che avrebbero fatto meglio.

Provo a spiegarlo allargando il discorso. Renzi forse non sa che da un decennio - basterebbe leggere le considerazioni finali dei governatori - da Bankitalia si ripetono poche cose abbastanza facili da comprendere.

Per riassumerle incollerò qui un passaggio di una lectio magistralis di Salvatore Rossi, tenuta pochi giorni fa. Rossi della Banca d'Italia è direttore generale. Sono cose che sa chiunque abbia seguito un po' di economia italiana, anche per pochi mesi. E sono cose che da via Nazionale, lo scrivo di nuovo, ripetono da lustri.

"Il nostro sistema rimane troppo basato sul debito finanziario e troppo poco sul capitale di rischio; le banche continuano a giocarvi un ruolo eccessivo, che si ritorce loro contro, rendendole più vulnerabili nelle fasi negative del ciclo economico. Le nostre imprese ricorrono al capitale di rischio solo per il 46 per cento del loro passivo totale, contro il 53 della media dell’area dell’euro. Il credito bancario rappresenta oltre il 60 per cento dei debiti finanziari delle imprese, mentre nella media dell’area dell’euro esso non supera il 40 per cento e negli Stati Uniti e nel Regno Unito un terzo". 
"Le cose si fanno ulteriormente problematiche quando un sistema finanziario basato sulle banche si sviluppa in presenza di pratiche contabili poco trasparenti e di un sistema giudiziario sbilanciato a favore della tutela dei debitori ma inefficiente nel cogliere questo suo stesso obiettivo, ad esempio a causa della lunghezza dei processi. In una tale situazione si afferma e si consolida un sistema di relazioni strette banca-affidato atto a finanziare essenzialmente investimenti tradizionali, quindi visibilmente meno rischiosi, in attività fortemente “tangibili” (capannoni e macchine piuttosto che conoscenza e tecnologia). Alla luce delle considerazioni svolte nel paragrafo precedente, uno stimolo forte verso un ritmo di crescita dell’economia più alto e duraturo può venire da una trasformazione più decisa del nostro sistema finanziario, con più mercato e più soggetti finanziari istituzionali diversi dalle banche. Queste ultime possono solo giovarsi di un ridimensionamento e di un cambiamento del loro ruolo: è solo dimagrendo e cambiando in parte missione che molte banche italiane  possono innalzare la propria redditività, la cui esiguità media è in questa fase forse il loro principale problema. Occorre che in Italia i termini “sistema finanziario” e “sistema bancario” non siano più sinonimi". 
"L’intermediazione bancaria gioca un ruolo fondamentale nel processo di allocazione delle risorse di un’economia, ciò è innegabile. Ma dobbiamo tenere conto di due lezioni offerteci dalla storia. La prima è che l’intermediazione bancaria è un gioco che può diventare rischioso, a prescindere dalle buone intenzioni dei giocatori e dalla perizia dell’arbitro. Le crisi finanziarie divengono davvero nefaste per l'economia quando, indipendentemente dal punto d'origine, coinvolgono direttamente il settore bancario. La leva finanziaria degli intermediari crea inevitabilmente un potente meccanismo di amplificazione degli shock economici. La seconda lezione è che una coesistenza equilibrata di mercati e intermediari rende più stabile il flusso di credito per l’economia reale. Nei paesi con mercati obbligazionari sviluppati, come gli Stati Uniti, il deleveraging bancario generato dalla crisi del 2008-9 è stato in parte compensato da un maggior ricorso delle imprese al mercato. In Italia, la riduzione del credito concesso dalle banche negli anni 2012-2014 è stata causata dalla recessione e poi dalla crisi europea dei debiti sovrani, quest’ultima avendo drasticamente ridotto il funding interbancario e a sua volta approfondito e prolungato la recessione; la compensazione con emissioni obbligazionarie non è avvenuta se non in forma molto più tenue ed è stata limitata alle aziende medio-grandi; l’uscita dalla recessione ne è stata rallentata". 

Il problema è tutto qui. Non è un problema di banchieri avidi che vendevano titoli tossici a pensionati toscani o veneti. Il problema è in queste parole, semplici semplici. 

Quanto alle vicende specifiche, ricordo anche che sulla vicenda di Etruria e delle altre banche fallite con i loro risparmiatori Bankitalia, fatto piuttosto inedito, fece addirittura un "domande e risposte", spiegando cosa ha fatto, cosa poteva fare e cosa non poteva fare. E' utilissimo rileggerlo, magari alla luce dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta che sta lavorando sull'argomento. 

E' utile anche sapere che la Banca d'Italia, e pure questo è piuttosto inedito visto il ruolo e il riserbo della istituzione, ha pure creato una rubrica nel suo spazio media che si chiama "E' vero che". Consiglio a tutti, compresi i deputati Pd firmatari della mozione, di andare a leggerlo. Si imparano altre cose. 

Infine, segnalo una interessante intervista che il governatore Ignazio Visco ha concesso pochi giorni fa al Wall Street Journal. Parla di Bce, del Quantitative easing e anche di Italia. Spiega per esempio che da noi che il debito privato è molto inferiore ad altri Paesi europei. 
A un certo punto afferma anche che sulla crisi delle banche - come le venete - Bankitalia sostiene il governo attraverso i suoi consigli. 

Vediamo se il governo mostrerà di aver apprezzato i consigli e sosterrà il Governatore. 


giovedì 12 ottobre 2017

Alcune cose da sapere su Cesare Battisti

Su Cesare Battisti ogni tanto c'è un certo affollamento di articoli di giornale. In genere però sono tutti uguali l'uno all'altro, pieni di dettagli inutili e penosamente vuoti di elementi per comprendere la notizia che si vuole dare.
Una cosa che per esempio mi è sempre rimasta impressa è che un pentito, l'accusatore principale di Battisti, membro dei Pac come lui, raccontava a un certo punto che Battisti era uso calzare i camperos perché così sembrava più alto.
Questo dettaglio secondo me è molto più utile di tante analisi, per dire chi è Battisti.
(Chi non sa cosa siano i camperos vada su google).

In questi giorni, di Battisti, c'è una frase nei titoli: se mi rimandano in Italia mi mandano alla morte. Una cosa del tutto priva di senso, che non aveva senso dieci anni fa e neppure quaranta anni fa, perché ormai stiamo parlando di fatti che risalgono a quasi 40 anni fa. Neppure allora Battisti rischiava la pelle, in carcere.

Tanto è vero che  suoi complici finiti in galera sono - probabilmente tutti  - fuori da un pezzo. E lo sarebbe anche lui se non fosse così terribilmente incline alla lagna.

Dunque sicuramente durante gli anni del terrorismo non vigeva uno Stato di polizia, sicuramente. Altrettanto sicuramente però la legislazione dell'emergenza sacrificò pesantemente alcuni diritti di difesa e alcune garanzie fondamentali. E' bene ricordarlo.
Non c'era la dittatura però storie di botte piuttosto pesanti in carcere ce ne sono.
Le denunciarono in pochi e ancora oggi in pochi se ne ricordano, ma ormai che ci siano state è un fatto.
E' un fatto pure la storia di una specie di torturatore specializzato, un "professore".

Da sempre Battisti dice che vorrebbe tornare in Italia ma "non può". Nel senso che se torna deve andare in galera, ovvio. "Non posso negare di essere stato un membro" dei Pac, dice in una intervista del 2012 a Le Iene.
"Ho fatto uso delle armi", dice ma "non ho mai pensato di uccidere qualcuno", frase abbastanza ridicola perché dice anche che in quegli anni tutti volevano fare la rivoluzione con le armi. In ogni caso Battisti è stato condannato per quattro omicidi.

Uno di questi omicidi è quello del gioielliere Torregiani, che il suo gruppo decise di uccidere perché qualche giorno prima - mentre tentavano di rapinarlo - il gioielliere aveva ucciso un rapinatore. Durante l'azione contro Torregiani rimase ferito il figlio Alberto.
E' bene sapere che si tratta dell'uomo in sedia a rotelle che appare in tv ogni volta che si parla di Battisti. Non è stato ferito da Battisti né dai Pac ma dalla pistola del padre, che sparò.

E' bene inoltre sapere che le sentenze affermano che quell'omicidio fu opera di altri esponenti dei Pac ma non di Battisti, che è stato condannato come "ideatore" del delitto.

Battisti secondo le sentenze ha invece commesso altri omicidi.  Per esempio uno, quando fu ammazzato un poliziotto, l'agente Andrea Campagna, definito "torturatore", che era semplicemente un autista visto in tv mentre portava a San Vittore alcuni complici di Battisti e company.
Fu ammazzato da Battisti, secondo la sentenza. E  - secondo il racconto dei suoi complici - portava quei famosi stivaletti camperos. Per sembrare più alto.

domenica 8 ottobre 2017

Arrestato il fratello del terrorista di Marsiglia

Ormai da un po' anche gli arresti si annunciano via Twitter
Così stasera a un certo punto si è visto questo



Uno pensa che la Polizia di Stato, evidentemente, considera certa la complicità di Anis con Ahmed.  L'arresto è avvenuto ieri a Ferrara su mandato di cattura internazionale emesso dalla Francia. Oggi presso gli Uffici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza di Roma verranno resi noti i dettagli della operazione e vedremo anche in cosa è consistita l'indagine.

Intanto ieri  il Corriere della Sera pubblicava una interessante intervista con l'ex moglie di Ahmed Hannachi, Ramona Cargnelutti che purtroppo non ha avuto una grande eco. Viene da pensare che dipenda dal fatto che non dà grandi spunti a prese di posizione forti: non dice nulla dell'Islam, della democrazia, dell'Isis, del terrorismo. Proprio per questo però è utile, e fornisce informazioni utili.

Un giornalista del quotidiano milanese è andato nel villaggio tunisino in cui la donna vive con il suo nuovo compagno. Ramona ha lasciato Aprilia e se ne è andata in un posto sperduto della Tunisia, magari per ricominciare a vivere. Ha lasciato ad Aprilia i problemi di droga e vive in un posto così senza velo, anzi senza essere musulmana. E dell'ex marito dice: "Ma quale jihadista! Ahmed era solo uno con molti problemi. Della religione non gli è mai fregato niente". Secondo lei neppure le due francesi accoltellate al grido di Allah è grande non suona. Secondo lei voleva rubare le loro borsette e poi l'ha buttata in caciara.
E ancora: "questa cosa dell’Isis è impossibile. Non era da lui. Non l’ho mai visto entrare in una moschea. Ad Ahmed piaceva vestirsi bene, andava in discoteca, beveva. Aveva tutto, anche gli effetti della droga sul cervello".

Non dice nulla, forse, e probabilmente non è un ritratto contraddittorio con la realtà di un Ahmed convinto islamista. Anche se è rassicurante perché umano, appartiene al novero delle cose che si possono comprendere, errori ed orrori compresi, senza bisogno di scomodare scontri tra civiltà, anzi, con la piacevole consolazione di pensare che siamo - Ramona, Ahmed, il Corriere - nella stessa civiltà, proprio la stessa.



mercoledì 2 agosto 2017

Ddl concorrenza, Federalberghi, Booking e la stanza da ridecorare

Il ministro Franceschini e Federalberghi esultano perché nella legge sulla concorrenza c'è anche una piccola norma che riguarda gli alberghi. Non sarà possibile vietar loro per contratto di offrire sul loro sito internet prezzi più bassi di quelli offerti dalle OTA, le agenzie di viaggi online, ovvero Booking, Expedia eccetera.

Sarebbe una vittoria secondo Federalberghi perché darebbe vantaggi ai consumatori - che così potranno spuntare prezzi più bassi - all'erario e alle imprese.

Fino ad ora gli alberghi potevano praticare prezzi più bassi di quelli da loro indicati sulle OTA ma solo per telefono, per email o al cliente che entrasse nell'hotel per chiedere se c'è una stanza libera. O ai clienti fidelizzati, per esempio con una tessera.

Non potevano farlo via internet per una ragione secondo me elementare: Booking o Expedia o qualsiasi altra OTA vende quella stanza su internet e si prende una commissione se il viaggiatore prenota.
In cambio offre all'albergatore una serie di servizi. Il primo che mi viene in mente è che ha una capacità enorme di raggiungere il cliente ovunque, è tradotto in decine di lingue, consentendo in questo modo al turista lituano di incontrare il Bed and Breakfast del Pollino, al cinese di trovare un agriturismo nelle Marche. Dà una visibilità agli alberghi che altrimenti non avrebbero mai avuto.

Ovviamente si fa pagare una percentuale, che scatta solo se il turista prenota via OTA. Molti di noi turisti ormai navigati usano Booking per avere informazioni sui prezzi e poi telefonano alla struttura, che volentieri ci applicherà un prezzo più basso di quello che vediamo sul sito perché non dovrà pagare la percentuale. Conviene a noi e a loro. Ma Booking sicuramente lo sa e conta su tutti quelli che prenotano direttamente sul sito, che sono tanti. Non importa se lo fanno solo una volta, evidentemente è un guadagno notevole per le OTA e secondo me andava bene a tutti.

Non bastava questo? Troppo avide le multinazionali? Non bastava trattare sulle percentuali, chiedere a Booking di abbassare i prezzi e continuare ad usufruire di una visibilità molto grande?

No, sostengono gli alberghi, perché "si proibisce agli alberghi di pubblicizzare un prezzo più conveniente". Ma non è vero. Possono vendere a prezzi più bassi e pubblicizzarlo, per esempio inviando mail ai clienti. Ripeto: gli alberghi non possono farlo su internet perché non si capisce altrimenti che interesse avrebbero le OTA a pubblicizzare quell'hotel. Che motivo avrebbero? Mettono in vetrina il bed and breakfast di Pienza e poi il turista va sul sito del b&B e prenota?

E soprattutto: a che serve agli hotel pubblicizzare sul loro sito prezzi più bassi? Davvero a Federalberghi pensano che un piccolo o anche un grande albergo italiano possa essere "visto" nella rete, nel mondo, dai  turisti che cercano una stanza dall'altra parte del mondo. Che possa fare "concorrenza" ai giganti del web?

Sembra davvero una battaglia ideologica. Per ora Federalberghi promuove una iniziativa pure lodevole che si chiama Book direct, prenota senza passare per le agenzie, con un simpatico logo europeo disponibile in molte lingue. Ma si tratta semplicemente di un logo scaricabile, un distintivo. Prima, su quel sito, il turista deve arrivarci.

Poi c'è l'altro argomento ideologico, il fatto che in altri Paesi europei la parity rate è stata già abolita. Ma parliamo di 4 Paesi europei e della Turchia. C'è la Francia, il cui senso per la libera concorrenza non è mai stato brillante. E poi la Germania e l'Austria. Insomma: non mi sembra un argomento fortissimo

In ogni caso lo sanno anche a Federalberghi che ora la sfida per gli alberghi è aperta: non basta una legge, si deve investire, fare in modo che il cliente arrivi sul sito dell'albergo da solo, e per far questo il sito deve esser fatto bene, l'albergo deve essere capace di attrarre, il personale e i manager capaci di fare il loro lavoro.
Ma - mi chiedo -  se gli alberghi non saranno stati capaci di fidelizzare almeno i loro clienti - per esempio inviando loro mail, coinvolgendoli in programmi di fidelizzazione, perché il turista arrivato la prima volta con Booking prenotasse direttamente con loro dalla seconda volta in poi - perché dovrebbero essere capaci di raccogliere questa sfida?

Le OTA probabilmente se ne faranno una ragione. Federalberghi festeggia e magari proverà ora ad inventare un prodotto tipo italyhotels. Un po' meglio, magari.

Se chiedo una stanza al Plaza di Roma per questo fine settimana ItalyHotels me la offre a 210 euro, Booking a 208. Io sono andato su Trivago e l'ho trovata a 184, con Roomdi.

Poi, in verità, stasera sul sito dell'hotel la trovo a 170 euro ma - ed è il sito di un cinque stelle - c'è una didascalia inquietante. "Camera da ridecorare".
Eccola:


Che vorranno dire? Io mi spaventerei di prenotare una "camera da ridecorare" a 170 euro. Lo so, sarà una vecchia didascalia, ma se questo mi deve dire quanto sono capaci e intraprendenti gli albergatori italiani, pronti alla sfida e alla concorrenza, siamo messi male.
E giuro che il nome dell'hotel l'ho scelto veramente a caso.


venerdì 14 luglio 2017

Che succede in Nigeria, a partire da una intervista a Descalzi

Interessante intervista all'Amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, oggi su La Stampa.

Descalzi dice cose ragionevoli, con semplicità, anche se a volte - per essere l'Ad della multinazionale italiana più importante al mondo - rischia l'effetto "vecchia analisi marxista".

Per esempio quando dice che lo sviluppo postcoloniale "ci ha visti andare, esplorare e sfruttare i campi petroliferi, però esportando tutta la materia prima. Abbiamo lasciato l’Africa senza energia, dunque senza sviluppo e diversificazione industriale".

Per fortuna non ha fatto il discorso della canna da pesca o dell'aiutiamoli a casa loro.

Comunque Descalzi dice che Eni ha capito che è meglio rinunciare a un po' di profitti oggi per costruire modelli più sostenibili di sviluppo. Dice che in Libia lo stanno già facendo anche se - oggi - lasciare gas alla Libia vuol dire lasciarlo ad un Paese che non è certo un modello di stato di diritto.

Dice che stabilizzare la Libia è giusto ma non è per niente facile, e che dunque le migrazioni - che lui chiama "problema esistenziale" - continueranno come uno tsunami.

Per investire in energia in Africa, anche da parte delle multinazionali, ci vuole uno Stato che garantisca il funzionamento del business.

Prendiamo la Nigeria.

Per ora questo Paese, quanto alla possibilità di fare affari, è messo male - almeno stando al rapporto Doing Business della Banca Mondiale. Ha guadagnato una posizione rispetto all'anno scorso: è al posto 169 invece che al 170.

E tuttavia leggendo il rapporto si scopre che in Nigeria, perlomeno, l'accesso al credito è molto più facile che in molte altre parti del mondo. L'Italia, nella classifica sull'accesso al credito, è al 101esimo posto. La Nigeria è al 45esimo, anche grazie a riforme puntalmente segnalate nel rapporto. Solo che il numero di persone e di aziende che accedono al credito bancario sono un decimo di quelle che usano le banche nei Paesi economicamente avanzati.

Inoltre diversi segnali, piccole tensioni che da mesi si leggono sulla stampa locale, non sono incoraggianti. La Nigeria ha già vissuto momenti drammatici cinquant'anni fa, quando la parola Biafra era sulla bocca di tutti. Oggi il rischio di una guerra civile secessionista, di uno scontro tra i nigeriani del nord e quelli del sud, tra gli Igbo che vorrebbero un loro Stato e gli hausa che vorrebbero la Nigeria unita. Ma che in alcuni casi cacciano gli Igbo rimandandoli in quello che una volta era il Biafra.

Dopo la stampa locale, anche Al Jazeera ha parlato di queste tensioni.

Se anche i nigeriani, da "migranti economici", diventassero richiedenti asilo che fuggono da una guerra il "problema esistenziale" rischia di diventare europeo.




sabato 8 luglio 2017

Migranti albanesi, uno su cento ce la fa

Qual è il Paese che in percentuale ha avuto il più drastico aumento di richiedenti asilo in Europa nell'ultimo anno? E' il Venezuela. Rispetto al primo quadrimestre del 2016, nel primo quadrimestre del 2017 le persone che hanno chiesto asilo in uno dei 28 Paesi europei è salito di oltre il 500 per cento. Negli ultimi 12 mesi sono stati oltre 7000 venezuelani.
Facile capire perché. se vi è capitato di leggere qualcosa sul Venezuela negli ultimi tempi.

I dati sono di Eurostat e la classifica vede ai primi posti i siriani, gli afghani, i nigeriani, gli iracheni, i pakistani, gli eritrei. Queste sei popolazioni totalizzano oltre 600 mila persone che negli ultimi dodici mesi hanno chiesto asilo in Europa. 

Al settimo posto, a sorpresa per qualcuno, c'è l'Albania. Quasi 28 mila albanesi infatti hanno chiesto asilo in Europa. Precisamente in Germania. 

Tra il 2015 e il 2016 infatti moltissimi albanesi sono arrivati in Germania attraverso il passaggio balcanico. Sono arrivati lì via terra, insomma, anche se la Merkel non risulta abbia chiesto aiuto e solidarietà all'Italia.  

Gli albanesi hanno continuato a tentare di chiedere asilo anche dopo che la Germania, nel 2015, decise di dichiarare "Paese sicuro" l'Albania proprio per mettere in chiaro che quasi tutte le domande sarebbero state rifiutate. Infatti sono stati moltissimi gli albanesi rimpatriati. E tuttavia, come ha detto un commentatore albanese nell'articolo sopra citato, Roland Lami, "l'istinto di sopravvivenza è più forte del potere della ragione". "Se la gente vive in condizioni di povertà assoluta deve sopravvivere e la necessità di farlo supera di gran lunga il calcolo razionale sulle possibilità di conquistare il diritto d'asilo in Germania".

Nel caso degli albanesi non c'è un pull factor, non ci sono scafisti senza scrupoli, non ci sono ong buoniste e governi imbelli, perché - appunto - i tedeschi li rimandano a casa in massa. 

E tuttavia gli albanesi continuano a provarci. Perché la realtà è parecchio testarda. E dunque albanesi, ma pure serbi, kosovari, macedoni continuano a provarci, anche se i i numeri dicono che l'1 o il 2 per cento ottiene l'asilo. E' comunque meglio che uno su mille, come diceva una canzone. 

Ps: un'altra popolazione che in percentuale è salita parecchio per numero di richiedenti asilo in Europa è quella turca. Negli ultimi dodici mesi sono stati più di 11 mila. Pure questi via terra, tanto per non parlare solo di Mediterraneo. 


domenica 2 luglio 2017

Il referendum costituzionale in Mali

Mentre arrivava all'aeroporto di Bamako per un vertice del gruppo cosiddetto G5 Sahel (ovvero i 5 Paesi dell'Africa sub-sahariana Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso, gruppo di cooperazione che condivide anche un impegno militare per fronteggiare i gruppi jihadisti nell'area) il presidente francese Macron trovava due sorprese.

Macron è andato a Bamako per promettere l'impegno economico e militare francese nell'area. Soldi e mezzi per continuare a combattere il terrorismo nelle ex colonie.

Mentre atterrava veniva diffuso in rete un video senza data che mostrava sei ostaggi occidentali rapiti da anni - uno addirittura dal 2011 - nell'area, tra Mali e Burkina Faso. Il video sarebbe stato diffuso da un gruppo che si autodefinisce "di sostegno all'Islam e ai musulmani" e  che sarebbe nato dalla recente fusione dei gruppi jihadisti: Ansar Dine, Al Mourabitoun ed Al Qaeda nel Maghreb Islamico.

Come se non bastasse, prima che il presidente francese arrivasse, in migliaia hanno manifestato a Bamako contro un referendum costituzionale.

Tra una settimana infatti in Mali era previsto il voto su un referendum costituzionale che - oltre a contenere gli accordi di pace con i gruppi del Nord secessionista - contiene un forte accentramento di potere sull'attuale presidente. Il referendum è fortemente contestato e non è detto che vada bene per Keita. Per ora gli oppositori hanno ottenuto un rinvio proprio perché il Paese non è esattamente controllato tutto dal potere centrale. Ma ne chiedono l'annullamento.

Sugli ostaggi Macron ha detto parole nette. Sul referendum non si è espresso ma ha appena rinnovato l'impegno militare del suo Paese in Mali.

giovedì 29 giugno 2017

Il mio visto Almaviva a Tobruk

Dal Lybia Herald leggiamo che l'ambasciata italiana si appresa ad iniziare il rilascio di visti Schengen a Tobruk. Dovrebbe cominciare dal 9 luglio. Vi sembra strano? Lo ha annunciato via Twitter la stessa ambasciata
La notizia è confermata da un lancio di Agenzia Nova che cita il sottosegretario agli esteri Mario Giro. Giro dice che l'apertura di un ufficio visti a Tobruk è “molto importante e in questo momento è un modo per far vedere che l’Italia è presente in tutto il paese, non solo a Tripoli”. Sarebbe merito dell'ambasciatore Giuseppe Perrone che “è riuscito in questi ultimi tempi ad avere una buona interlocuzione anche a Tobruk, dove va continuamente e regolarmente”. Dunque preso "anche i cittadini dell'Est" libico, come ha annunciato anche Alfano, potranno presentare la domanda di visto per l'Italia attraverso questo sportello. Si informa anche che un visto di ingresso costa 590 dinari (circa 390 euro secondo il tasso di cambi odierno). Agenzia Nova scrive anche che "per la ricezione e consegna delle domande l’ambasciata si avvale della collaborazione della società di esternalizzazione dei servizi Almaviva Visa Service". 

Le parole di Alfano si ritrovano anche in un lancio di Ansamed.

Sarà che l'inglese è più essenziale, ma l'articolo del Libya Herald con meno parole spiega molto di più:
"Italy already has an honorary consul in the town and there is also an office of the outsourcing company Almaviva who would collect visa requests". 

I rimpatri dei "migranti economici"

Il Washington Post racconta oggi la storia di migliaia di rifugiati nigeriani rimpatriati a forza dal Camerun. 

Il quotidiano cita casi di altri Paesi come il Kenya e il Pakistan. Paesi poveri che spesso ospitano rifugiati in numero ben maggiore rispetto a quelli che devono sostenere i Paesi occidentali. La maggior parte dei profughi infatti finisce in campi nei Paesi vicini. Gli africani che arrivano in Europa sono la sparuta minoranza di quelli che scappano da guerra, fame, carestia, persecuzioni etniche o religiose, miseria. La gran parte della popolazione siriana scappata dalla guerra è finita in Libano o in Turchia, non certo in Europa. Solo che oggi anche questi Paesi cominciano ad avere problemi ad ospitarli. 

Dall'articolo del Washington Post: 

“Poorer countries hosting huge numbers of refugees for many years, such as Kenya, Pakistan and Turkey, have recently pushed back hundreds of thousands of refugees and asylum seekers,” dice Gerry Simpson, un esperto in migrazioni di Human Rights Watch. “They seem to be taking their lead from richer countries, such as Australia, the E.U. and the U.S., who are pulling out all the stops to limit refugee arrivals.”

Nell'articolo si citano anche le smentite del governo del Camerun, che nega rimpatri forzati.  Ma si citano anche i problemi di convivenza tra i rifugiati e la popolazione e l'attesa di maggior aiuto e assistenza da parte degli organismi internazionali, a partire dall'Onu. Anche in Africa, insomma, il tema è lo stesso che da noi.