Lo schizofrenico giornalismo italiano, con il caso Luxottica, continua a dare il meglio di sé. L'Ad unico dell'azienda di Leonardo Del Vecchio era fino a un mesetto fa Andrea Guerra, uno di quei supermanager i cui stipendi confermano tutti i libri sulle caste, le disuguaglianze e le ingiustizie del mondo. Guerra probabilmente - ebbe a dire Francesco Carlà, che di Borsa capisce parecchio - aveva tirato troppo la corda, e "Del Vecchio è andato a vedere che carte aveva", "sapendo già in partenza che non potevano essere particolarmente buone". Nel senso che - dice Carlà - una azienda come Luxottica, nata dal genio di chi l'ha fondata, potrebbe pure essere amministrata da un inetto, e poco cambierebbe.
Ma - dicono i commentatori di oggi, che rimpiangono Guerra - le aziende sono fatte anche di "credibilità", e se l'immagine di una azienda famosa in tutto il mondo è quella di una specie di Dinasty all'italiana, con seconde e terze mogli, figli e contese sui posti in cda, il titolo scende. Anzi, "crolla", per dirla con i titoloni sui soliti miliardi "bruciati" in pochi giorni.
Ma il fatto è che Luxottica è una azienda familiare. Oltre il 60 per cento delle azioni sono in mano a una società che si chiama Delfin, che è la Finanziaria di famiglia. E dunque è Del Vecchio con i figli ed eventualmente la moglie - seconda e terza - che decidono delle sue sorti.
Sarà dei giornalisti indignati quando se la compreranno.
Intanto loro giocano su quel 30 per cento di "flottante", le azioni che in Borsa vanno su o giù, e pensano di spiegare il capitalismo.
Magari il problema italiano è sì quello di troppo capitalismo familiare. Ma il caso Luxottica è quello sbagliato, ci sembra.
Il fatto è che Luxottica esisteva prima di Guerra, Del Vecchio l'ha fondata oltre 50 anni fa, e l'ha fatta diventare un gigante. Ha comprato Ray Ban, ha debuttato in Borsa, ha comprato Sunglass, prima - prima - di Guerra. Oggi scende un po' in Borsa, ma siamo certi che se il business funziona la Borsa premierà. E se non risale siamo certi che sarà perchè il business non funziona, non perché la signora Zampillo vuole mettere bocca.
martedì 14 ottobre 2014
venerdì 3 ottobre 2014
Povertà
Il ministro Poletti, ieri in Commissione Affari Sociali, ha parlato di come è andata la sperimentazione della SIA, che sta per Sostegno per l'inclusione attiva, uno strumento di lotta alla povertà lanciato un anno fa dal governo - allora c'era il Ministro Giovannini.
Lo strumento è stato lanciato in via sperimentale in 12 città ed è stato elaborato un primo rapporto su come ha funzionato la sperimentazione: circa 7000 nuclei familiari, circa 27 mila persone. A queste persone - con una specie di carta di credito prepagata - sono andati circa 27 milioni di euro.
Dunque circa 1000 euro a persona. Ma la notizia è che solo tre città delle 12 - Catania, Palermo e Torino - hanno impegnato tutto il budget impegnato nel programma. A Napoli per esempio c'erano quasi 9 milioni di euro, ma ne sono stati impegnati meno di 6 milioni. Le domande sono infatti state oltre 2800, ma oltre 1500 non avevano i requisiti per poter accedere alla Sia.
Il punto infatti pare essere quello dei requisiti: un Isee inferiore a 3000 euro e una lunga serie di requisiti di povertà.
Ma il senso è chiaro: trattandosi di una misura per quelli veramente poveri, doveva essere diretta a loro.
E' possibile tuttavia che a Napoli ci siano state solo 1500 famiglie, ovvero solo 6000 persone, che potessero accedere a questo strumento?
Il dato contrasta abbastanza brutalmente con i titoli dei giornali, quando escono i dati Istat, secondo i quali le persone povere in Italia sarebbero milioni.
Ma il problema è che la povertà di cui parla l'Istat è la povertà relativa. Che vuol dire che se due persone spendono 972 euro al mese o meno sono povere.
Ovvio che così ci rientra una cifra di gente.
Diversa è la povertà assoluta, che invece è calcolata su una soglia di beni e servizi considerati essenziali. Al di sotto di quella soglia, si è poveri in assoluto. Il valore cambia per area geografica, ma per capirci è povera una famiglia di due persone in età da lavoro che in una area metropolitana del sud spende meno di 800 euro. Se si è in due con tre figli minori la soglia di spesa al di sotto della quale si è poveri in assoluto è 1480 euro.
In totale le persone in povertà assoluta sono oltre 6 milioni, e 3 milioni e mezzo sono nel sud.
Ma di questi - secondo me - molti ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono persone e famiglie per le quali una spesa imprevista, una malattia, un problema improvviso, possono essere un bel problema. Ma non sono persone che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.
Quelli, o almeno quelli che hanno chiesto aiuto allo Stato attraverso la Sia, a Napoli sono meno di 6000.
Lo strumento è stato lanciato in via sperimentale in 12 città ed è stato elaborato un primo rapporto su come ha funzionato la sperimentazione: circa 7000 nuclei familiari, circa 27 mila persone. A queste persone - con una specie di carta di credito prepagata - sono andati circa 27 milioni di euro.
Dunque circa 1000 euro a persona. Ma la notizia è che solo tre città delle 12 - Catania, Palermo e Torino - hanno impegnato tutto il budget impegnato nel programma. A Napoli per esempio c'erano quasi 9 milioni di euro, ma ne sono stati impegnati meno di 6 milioni. Le domande sono infatti state oltre 2800, ma oltre 1500 non avevano i requisiti per poter accedere alla Sia.
Il punto infatti pare essere quello dei requisiti: un Isee inferiore a 3000 euro e una lunga serie di requisiti di povertà.
Ma il senso è chiaro: trattandosi di una misura per quelli veramente poveri, doveva essere diretta a loro.
E' possibile tuttavia che a Napoli ci siano state solo 1500 famiglie, ovvero solo 6000 persone, che potessero accedere a questo strumento?
Il dato contrasta abbastanza brutalmente con i titoli dei giornali, quando escono i dati Istat, secondo i quali le persone povere in Italia sarebbero milioni.
Ma il problema è che la povertà di cui parla l'Istat è la povertà relativa. Che vuol dire che se due persone spendono 972 euro al mese o meno sono povere.
Ovvio che così ci rientra una cifra di gente.
Diversa è la povertà assoluta, che invece è calcolata su una soglia di beni e servizi considerati essenziali. Al di sotto di quella soglia, si è poveri in assoluto. Il valore cambia per area geografica, ma per capirci è povera una famiglia di due persone in età da lavoro che in una area metropolitana del sud spende meno di 800 euro. Se si è in due con tre figli minori la soglia di spesa al di sotto della quale si è poveri in assoluto è 1480 euro.
In totale le persone in povertà assoluta sono oltre 6 milioni, e 3 milioni e mezzo sono nel sud.
Ma di questi - secondo me - molti ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono persone e famiglie per le quali una spesa imprevista, una malattia, un problema improvviso, possono essere un bel problema. Ma non sono persone che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.
Quelli, o almeno quelli che hanno chiesto aiuto allo Stato attraverso la Sia, a Napoli sono meno di 6000.
giovedì 2 ottobre 2014
La storia degli ebrei (e degli altri)
Ogni tanto mi capita di vedere, da qualche militante di twitter o di facebook, quella cartina che dovrebbe spiegarmi il conflitto israeliano-palestinese, dove si vede di quanta terra si sono impadroniti i perfidi ebrei e quanta ne hanno sottratta ai poveri palestinesi. Durante l'ultimo attacco a Gaza ne è venuta fuori pure una con l'Italia, per mostrare il termine di paragone. E vabbè. E' sconfortante, ma d'altra parte non ci si può fare niente.
L'informazione, il modo in cui ci si informa, la conoscenza delle cose, la storia: non sono merci molto diffuse, e in rete ancora meno. Basta sparare fregnacce, e possibilmente con i punti esclamativi, qualche foto d'effetto, qualche maiuscolo.
Però, siccome non mi scoraggio, vorrei che tutti leggessero il bellissimo libro di Simon Schama "La storia degli ebrei in cerca delle parole". Nell'indice dei nomi non ci troverete né Abu Mazen né Netanyahu, e neppure Rabin, e nemmeno Golda Meir. Neppure Renzi.
La storia è fino al 1492, quando - oltre alla scoperta dell'America accadde qualcosa di importante per gli ebrei (cercatelo su Wikipedia).
E il bello è che di Gaza e della sorte dei poveri pescatori, ma pure delle famiglie che vivono al confine e che si beccano i razzi di Hamas, improvvisamente vi importerà pochissimo.
Scoprirete - in un libro che fa venire voglia di leggere la Bibbia, di andare a vedere musei sperduti, di imparare l'ebraico e l'aramaico - un sacco di cose. Alcune molto più brutte della operazione piombo fuso.
Io ne ho scoperte un sacco, compreso che nell'isola Elefantina in Egitto c'era una comunità ebraica, c'è stata una sinagoga, e non è che fossero così ligi ai libri sacri.
Il libro viene da un ciclo di trasmissioni fatte dalla Pbs,
L'informazione, il modo in cui ci si informa, la conoscenza delle cose, la storia: non sono merci molto diffuse, e in rete ancora meno. Basta sparare fregnacce, e possibilmente con i punti esclamativi, qualche foto d'effetto, qualche maiuscolo.
Però, siccome non mi scoraggio, vorrei che tutti leggessero il bellissimo libro di Simon Schama "La storia degli ebrei in cerca delle parole". Nell'indice dei nomi non ci troverete né Abu Mazen né Netanyahu, e neppure Rabin, e nemmeno Golda Meir. Neppure Renzi.
La storia è fino al 1492, quando - oltre alla scoperta dell'America accadde qualcosa di importante per gli ebrei (cercatelo su Wikipedia).
E il bello è che di Gaza e della sorte dei poveri pescatori, ma pure delle famiglie che vivono al confine e che si beccano i razzi di Hamas, improvvisamente vi importerà pochissimo.
Scoprirete - in un libro che fa venire voglia di leggere la Bibbia, di andare a vedere musei sperduti, di imparare l'ebraico e l'aramaico - un sacco di cose. Alcune molto più brutte della operazione piombo fuso.
Io ne ho scoperte un sacco, compreso che nell'isola Elefantina in Egitto c'era una comunità ebraica, c'è stata una sinagoga, e non è che fossero così ligi ai libri sacri.
Il libro viene da un ciclo di trasmissioni fatte dalla Pbs,
lunedì 29 settembre 2014
Cofferati e l'articolo 18
Cofferati ha appena pubblicato una riflessione in cui pretende di spiegare perché sarebbe in corso un "assalto all'articolo 18". Per farlo cita un intervento parlamentare di Ugo Spagnoli del 1966. Quell'intervento, dice Cofferati, era alla fine del dibattito sulla introduzione nell'ordinamento italiano della "giusta causa" per poter licenziare.
Il fatto è che quel dibattito e la norma che ne nacque non c'entrano nulla con l'articolo 18. Che è di 4 anni dopo, e che regolò la giusta causa. E' dunque collegato a quel dibattito, ma non c'entra con il tema in questione: se un licenziamento è illegittimo, cosa può ottenere un lavoratore? Secondo lo Statuto dei lavoratori, quando un licenziamento è giudicato illegittimo da un giudice, che valuta se ci sia o no la giusta causa, il giudice dispone il reintegro. Ma vale solo per le aziende con più di 15 dipendenti.
Sotto, la dignità del lavoratore non è un criterio, evidentemente.
Qualche anno fa si fece un referendum per estendere l'articolo 18 alle imprese con meno di 15 dipendenti. Cofferati non andò a votare,
Il fatto è che quel dibattito e la norma che ne nacque non c'entrano nulla con l'articolo 18. Che è di 4 anni dopo, e che regolò la giusta causa. E' dunque collegato a quel dibattito, ma non c'entra con il tema in questione: se un licenziamento è illegittimo, cosa può ottenere un lavoratore? Secondo lo Statuto dei lavoratori, quando un licenziamento è giudicato illegittimo da un giudice, che valuta se ci sia o no la giusta causa, il giudice dispone il reintegro. Ma vale solo per le aziende con più di 15 dipendenti.
Sotto, la dignità del lavoratore non è un criterio, evidentemente.
Qualche anno fa si fece un referendum per estendere l'articolo 18 alle imprese con meno di 15 dipendenti. Cofferati non andò a votare,
mercoledì 3 settembre 2014
Ntv-Trenitalia, ovvero il mito della concorrenza
Qualche tempo fa viaggiavo su un treno Italo e il treno si fermò pochi chilometri dopo esser partito, da Roma Tiburtina.
Dopo qualche decina di minuti - train managers indaffarati avanti e indietro senza capire quel che succedeva (pare che non si chiudessero le porte, problema non infrequente su questi treni superveloci) - il treno è tornato indietro, si è fermato alla stazione da cui eravamo partiti, ci hanno fatto scendere, e ci hanno detto che ci avrebbero fatto salire sul successivo Italo (un'ora dopo).
Saliti sull'altro Italo - eravamo diretti a Bologna - e passato qualche minuto, dall'altoparlante è arrivato l'annuncio che questo treno era in ritardo. Abbiamo offerto sguardi rammaricati ai viaggiatori seduti, perché era colpa nostra - o meglio del nostro treno.
Ma l'annuncio aggiungeva: "il treno è in ritardo per ritardo di un treno altra compagnia ferroviaria". Un infido Frecciarossa aveva causato il ritardo, sembrava dire l'annuncio.
Non era vero, ovviamente, e ci siamo fatti una risata, viaggiatori e giovani stagisti trainmanager compresi, già abituati a rimproverare la scorrettezza di Fs, perché sulle banchine di Italo non c'è neppure un cestino e pare che ci mandino i barboni a fare pipì apposta per danneggiare la concorrenza.
Per dire del mito.
Ora, Ntv pubblica una pagina sui principali quotidiani, spendendo presumibilmente un po' di soldi, per elencare in modo assai vago le sue ragioni. L'unica cosa certa è l'aumento delle tariffe elettriche. Che però varranno dall'anno prossimo, e dunque non spiegano i conti non proprio brillanti della compagnia di trasporto. Poi c'è il "pedaggio" che Ntv paga a Fs, o meglio a RFI, per l'utilizzo della rete. Un pedaggio molto alto - dicono a Ntv - che però è stato ridotto del 15 per cento a fine 2013.
Quando nacque, Ntv annunciò per il 2014 il break even. A inizio 2014 dovette annunciare che slittava al 2016.
L'impressione è che fare trasporti senza sussidi pubblici non funzioni, ovvero non renda.
Lo dimostra paradossalmente proprio Trenitalia, che campa con i sussidi. Sussidi che non riguardano solo i "treni regionali", come spesso l'ex Ad Moretti strillava. Che, anzi, riguardano soprattutto l'Alta velocità. A partire dalle tariffe generose concesse fino ad oggi per l'elettricità, che per questo il governo ha aumentato.
I conti di Trenitalia sono complicati da seguire, ma chi si occupa di economia dei trasporti lo ha fatto spesso, per esempio sul sito de LaVoce info. E i conti sembrano provare quel che si sospetta: senza investimento iniziale (non bisogna dimenticare che la rete ad alta velocità è stata fatta tutta dallo Stato, non da cavalieri del libero mercato) e senza sussidi l'Alta velocità - semplicemente - non rende.
A meno di non far pagare agli utenti un po' di più, e di tagliare dipendenti.
Ma funzionerebbe altrettanto la retorica di "non toccateci Italo?".
Dopo qualche decina di minuti - train managers indaffarati avanti e indietro senza capire quel che succedeva (pare che non si chiudessero le porte, problema non infrequente su questi treni superveloci) - il treno è tornato indietro, si è fermato alla stazione da cui eravamo partiti, ci hanno fatto scendere, e ci hanno detto che ci avrebbero fatto salire sul successivo Italo (un'ora dopo).
Saliti sull'altro Italo - eravamo diretti a Bologna - e passato qualche minuto, dall'altoparlante è arrivato l'annuncio che questo treno era in ritardo. Abbiamo offerto sguardi rammaricati ai viaggiatori seduti, perché era colpa nostra - o meglio del nostro treno.
Ma l'annuncio aggiungeva: "il treno è in ritardo per ritardo di un treno altra compagnia ferroviaria". Un infido Frecciarossa aveva causato il ritardo, sembrava dire l'annuncio.
Non era vero, ovviamente, e ci siamo fatti una risata, viaggiatori e giovani stagisti trainmanager compresi, già abituati a rimproverare la scorrettezza di Fs, perché sulle banchine di Italo non c'è neppure un cestino e pare che ci mandino i barboni a fare pipì apposta per danneggiare la concorrenza.
Per dire del mito.
Ora, Ntv pubblica una pagina sui principali quotidiani, spendendo presumibilmente un po' di soldi, per elencare in modo assai vago le sue ragioni. L'unica cosa certa è l'aumento delle tariffe elettriche. Che però varranno dall'anno prossimo, e dunque non spiegano i conti non proprio brillanti della compagnia di trasporto. Poi c'è il "pedaggio" che Ntv paga a Fs, o meglio a RFI, per l'utilizzo della rete. Un pedaggio molto alto - dicono a Ntv - che però è stato ridotto del 15 per cento a fine 2013.
Quando nacque, Ntv annunciò per il 2014 il break even. A inizio 2014 dovette annunciare che slittava al 2016.
L'impressione è che fare trasporti senza sussidi pubblici non funzioni, ovvero non renda.
Lo dimostra paradossalmente proprio Trenitalia, che campa con i sussidi. Sussidi che non riguardano solo i "treni regionali", come spesso l'ex Ad Moretti strillava. Che, anzi, riguardano soprattutto l'Alta velocità. A partire dalle tariffe generose concesse fino ad oggi per l'elettricità, che per questo il governo ha aumentato.
I conti di Trenitalia sono complicati da seguire, ma chi si occupa di economia dei trasporti lo ha fatto spesso, per esempio sul sito de LaVoce info. E i conti sembrano provare quel che si sospetta: senza investimento iniziale (non bisogna dimenticare che la rete ad alta velocità è stata fatta tutta dallo Stato, non da cavalieri del libero mercato) e senza sussidi l'Alta velocità - semplicemente - non rende.
A meno di non far pagare agli utenti un po' di più, e di tagliare dipendenti.
Ma funzionerebbe altrettanto la retorica di "non toccateci Italo?".
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martedì 27 maggio 2014
Grillo: l'importante è far ridere ancora.
Questo post ha l'intenzione di offrire una lettura del fenomeno Grillo. Oddio, "lettura" e "fenomeno" sono concetti non proprio necessari, per quel che intendo dire. Secondo il mio punto di vista Grillo non merita particolari letture. Il successo o l'insuccesso del suo movimento dipendono essenzialmente dalla sua carica, dalla capacità attoriale di tenerlo insieme, dalla capacità di far ridere. A me per esempio il suo ultimo videomessaggio non è sembrato una "autocritica ironica", come ho letto, ma un bel pezzo comico, fatto da uno che conosce bene quel mestiere, lo sa fare, e fa ridere. A me la frase "Ora Casaleggio è in analisi a capire perchè si è messo il cappellino" fa ridere, e mi sembra che tutto il suo messaggio è in quel passaggio: "Vincono loro, ma è meraviglioso lo stesso". La verità secondo me è che Grillo - e tanti di quelli che lo votano, e che lo rappresentano in Parlamento - non capiscono nulla di politica. Sono contenti perché "è meraviglioso" che un "movimento" di "cittadini" sia arrivato in così poco tempo in Parlamento, e porti decine di persone "come noi" al Parlamento europeo. Hanno ragione, il risultato non è una sconfitta. Se avesse superato Renzi sarebbe stato pazzesco, ma anche così non è che abbia perso.
Il fatto è che non è quello il suo mestiere. E a me ogni volta dà l'idea di uno che sta per dire: ma ci avete creduto davvero? Ragazzi, io sono un comico, e voi siete qui a inseguirmi manco fossi Bin Laden?
Il comico Grillo faceva ridere davvero, e la sua evoluzione - dalla tv al teatro, dalla distruzione dei computer alla magnificazione della "Rete" - è una involuzione di contenuti, di sciocchezze, di luoghi comuni, mescolata con l'arte di far ridere. E anche il rito del vaffanculo era un'americanata, una cosa al livello di "Quinto potere", il collettivo che si libera delle catene. O meglio: la comunità, concetto un po' più fascistoide. La comunità dei cittadini.
Grillo non mi fa paura, come non me ne faceva Berlusconi, come non me ne fa Renzi. In realtà mi sembrano simili in un tratto, forse più forte in Berlusconi e Grillo e meno in Renzi: sanno far spettacolo, e quando si recita si fa finta, si mette in scena. Grillo lo fa benissimo. Quando fa la parodia di Mussolini si prende per il culo da solo. Poi il suo pubblico crede che prenda per il culo gli altri, ma lui lo sa benissimo che stare lì sopra, urlare, e vedere gente che sventola bandiere è la cosa più inquietante e più divertente del mondo.
Dice: ma ha detto siamo oltre Hitler. E che sarà mai? E' una affermazione paradossale, un modo per dire: ma che cosa me ne frega, a me, di Hitler.
Dice: ma così ha perso voti. Vuol dire che il Movimento 5 Stelle aveva bisogno di un Alfano? Per prendere il 4,2 per cento dei voti? Ma siamo seri.
Il fatto è che se ha perso, se non ha vinto, dice ok. E se alla fine c'è da cambiar qualcosa si cambia, si prende un maalox, si aggiusta una data, si dà la colpa all'Europa, alla culona, ai conservatori, ai pensionati, al gruppo Bildeberg, e si continua lo spettacolo, magari aggiornandolo. Come quando passò dal distruggere i computer al magnificarli, appunto.
Se un movimento di protesta prende il 20 per cento a me non sembra spaventoso. Una opposizione dovrà pur esserci, e la gente che vota Grillo sta all'opposizione. Magari tra dieci anni voterà per un altro, ci sarà un Grillo più bravo. Sicuramente senza Grillo quei numeri non ci sarebbero. E sicuramente tanto più il Movimento 5 Stelle starà nelle istituzioni tanto meno guadagnerà consensi.
Ma intanto i comizi urlati di Grillo, con i suoi paragoni, e la sua arte, sono una delle cose più divertenti della campagna elettorale. Un po' come quando parlava Bossi, quando faceva la storia dell'umanità in mezz'ora, partendo dai celti e arrivando a Borghezio. Grandissimi, Bossi e Grillo. Iddio ce li conservi. Un futuro fatto di Salvini, di Renzi, di Alfano, di Schulz, francamente, ci sembrerebbe al confronto un inferno senza fine.
Il fatto è che non è quello il suo mestiere. E a me ogni volta dà l'idea di uno che sta per dire: ma ci avete creduto davvero? Ragazzi, io sono un comico, e voi siete qui a inseguirmi manco fossi Bin Laden?
Il comico Grillo faceva ridere davvero, e la sua evoluzione - dalla tv al teatro, dalla distruzione dei computer alla magnificazione della "Rete" - è una involuzione di contenuti, di sciocchezze, di luoghi comuni, mescolata con l'arte di far ridere. E anche il rito del vaffanculo era un'americanata, una cosa al livello di "Quinto potere", il collettivo che si libera delle catene. O meglio: la comunità, concetto un po' più fascistoide. La comunità dei cittadini.
Grillo non mi fa paura, come non me ne faceva Berlusconi, come non me ne fa Renzi. In realtà mi sembrano simili in un tratto, forse più forte in Berlusconi e Grillo e meno in Renzi: sanno far spettacolo, e quando si recita si fa finta, si mette in scena. Grillo lo fa benissimo. Quando fa la parodia di Mussolini si prende per il culo da solo. Poi il suo pubblico crede che prenda per il culo gli altri, ma lui lo sa benissimo che stare lì sopra, urlare, e vedere gente che sventola bandiere è la cosa più inquietante e più divertente del mondo.
Dice: ma ha detto siamo oltre Hitler. E che sarà mai? E' una affermazione paradossale, un modo per dire: ma che cosa me ne frega, a me, di Hitler.
Dice: ma così ha perso voti. Vuol dire che il Movimento 5 Stelle aveva bisogno di un Alfano? Per prendere il 4,2 per cento dei voti? Ma siamo seri.
Il fatto è che se ha perso, se non ha vinto, dice ok. E se alla fine c'è da cambiar qualcosa si cambia, si prende un maalox, si aggiusta una data, si dà la colpa all'Europa, alla culona, ai conservatori, ai pensionati, al gruppo Bildeberg, e si continua lo spettacolo, magari aggiornandolo. Come quando passò dal distruggere i computer al magnificarli, appunto.
Se un movimento di protesta prende il 20 per cento a me non sembra spaventoso. Una opposizione dovrà pur esserci, e la gente che vota Grillo sta all'opposizione. Magari tra dieci anni voterà per un altro, ci sarà un Grillo più bravo. Sicuramente senza Grillo quei numeri non ci sarebbero. E sicuramente tanto più il Movimento 5 Stelle starà nelle istituzioni tanto meno guadagnerà consensi.
Ma intanto i comizi urlati di Grillo, con i suoi paragoni, e la sua arte, sono una delle cose più divertenti della campagna elettorale. Un po' come quando parlava Bossi, quando faceva la storia dell'umanità in mezz'ora, partendo dai celti e arrivando a Borghezio. Grandissimi, Bossi e Grillo. Iddio ce li conservi. Un futuro fatto di Salvini, di Renzi, di Alfano, di Schulz, francamente, ci sembrerebbe al confronto un inferno senza fine.
martedì 13 maggio 2014
Immigrati, richiedenti asilo, Italia
Il Presidente del Consiglio Renzi ha preso qualche altro titolo di giornale per la sua battuta secondo cui l'Europa non può salvare le banche e poi lasciar morire donne e bambini che tentano di arrivare sulle coste dell'Europa.
La frase non è dissimile alla sindrome che coglie i governanti italiani, abituati allo stesso mantra da anni: quelli che scappano dalla fame, dalla miseria e dalla oppressione, nella sponda sud del mediterraneo, arrivano "naturalmente" sulle nostre coste. Di solito poi si aggiunge: 'Non è da noi che vogliono venire" (ed è come se dicessero: l'Italia fa schifo, lo sanno pure i siriani). Vogliono andare in Germania, in Svezia, in Olanda.
I giornali puntualmente raccontano le storie felici di immigrati che sono riusciti ad arrivare nella dorata Danimarca. Ma il problema sono quei cattivoni dell'Europa, che non vogliono farli passare.
Discorsi miserabili, ma tant'è. Sono discorsi.
Poi ci sono i numeri. I dati veri. Quelli che dicono come la sindrome "vengono tutti da noi" sia una sciocchezza. Perché l'Europa ha confini anche a est. E perché persino quelli senza confini terrestri - l'isolato e antiUe Regno Unito, per dire - fanno meglio di noi in termini di accoglienza. E si lamentano di meno.
Per esempio (i dati sono presi dalla pregevole West Info): sapete quanti siriani sono entrati in Europa chiedendo asilo? Poco più di 50 mila. Sapete quali Paesi li hanno accolti? Primo, la Svezia (oltre 16 mila). Poi la Bulgaria (molto più vicina della Svezia), quasi 5 mila. E persino la Croazia, la Slovenia, la Romania, il Portogallo.
Sapete qual'è la popolazione con il maggior numero di richiedenti asilo in Italia? Quella nigeriana, poco più di 3000 persone.
Sapete quanti richiedenti asilo c'erano in Italia nel 2013? Meno 28 mila.
Sapete quanti richiedenti asilo c'erano in Germania? 126 mila. E in Francia? 64 mila. E in Gran Bretagna, Paese dove le banche le salvano eccome, e dove non arrivano con i barconi? 29 mila.
Più che in Italia, dove ci si lagna tanto, e si invoca sempre l'Europa.
La frase non è dissimile alla sindrome che coglie i governanti italiani, abituati allo stesso mantra da anni: quelli che scappano dalla fame, dalla miseria e dalla oppressione, nella sponda sud del mediterraneo, arrivano "naturalmente" sulle nostre coste. Di solito poi si aggiunge: 'Non è da noi che vogliono venire" (ed è come se dicessero: l'Italia fa schifo, lo sanno pure i siriani). Vogliono andare in Germania, in Svezia, in Olanda.
I giornali puntualmente raccontano le storie felici di immigrati che sono riusciti ad arrivare nella dorata Danimarca. Ma il problema sono quei cattivoni dell'Europa, che non vogliono farli passare.
Discorsi miserabili, ma tant'è. Sono discorsi.
Poi ci sono i numeri. I dati veri. Quelli che dicono come la sindrome "vengono tutti da noi" sia una sciocchezza. Perché l'Europa ha confini anche a est. E perché persino quelli senza confini terrestri - l'isolato e antiUe Regno Unito, per dire - fanno meglio di noi in termini di accoglienza. E si lamentano di meno.
Per esempio (i dati sono presi dalla pregevole West Info): sapete quanti siriani sono entrati in Europa chiedendo asilo? Poco più di 50 mila. Sapete quali Paesi li hanno accolti? Primo, la Svezia (oltre 16 mila). Poi la Bulgaria (molto più vicina della Svezia), quasi 5 mila. E persino la Croazia, la Slovenia, la Romania, il Portogallo.
Sapete qual'è la popolazione con il maggior numero di richiedenti asilo in Italia? Quella nigeriana, poco più di 3000 persone.
Sapete quanti richiedenti asilo c'erano in Italia nel 2013? Meno 28 mila.
Sapete quanti richiedenti asilo c'erano in Germania? 126 mila. E in Francia? 64 mila. E in Gran Bretagna, Paese dove le banche le salvano eccome, e dove non arrivano con i barconi? 29 mila.
Più che in Italia, dove ci si lagna tanto, e si invoca sempre l'Europa.
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