Anche un dibattito importante, come quello che riguarda le riforme della contrattazione, si è trasformato in una contesa ridicola in cui le battute, pure fuori contesto, del povero ministro Poletti hanno dato libero sfogo ad una marea di sciocchezze sul lavoro scritte da chi non ha proprio idea di cosa parla.
Aiutano i numeri, come sempre.
Secondo l'Istat il totale degli occupati nell'industria italiana "in senso stretto" era di oltre 3 milioni e 700 mila persone nel 2014. Quasi 4 milioni di persone che lavorano per conto di 250 mila aziende. Vuol dire che ogni azienda ha in media circa 12 dipendenti.
Nelle costruzioni c'era un altro milione di persone per oltre 200 mila aziende.
Nei trasporti, ristorazione, alloggio, commercio, altri 4 milioni per 643 mila aziende.
Negli altri servizi altri 3 milioni e 800 mila persone per 440 mila aziende.
Il totale dei lavoratori dipendenti in tutti questi settori è di oltre 11 milioni di persone. Il totale delle aziende è 1 milione e 540 mila.
Di queste quasi 1 milione e 400 mila hanno meno di dieci addetti.
Cosa vi dicono questi numeri? Che la dimensione media delle aziende è piccolissima. La dimensione media di una azienda di costruzioni è di 5 addetti. Di una della industria in senso stretto è di 15, con picchi per la siderurgia e la costruzione di autoveicoli.
Alla luce di questi numeri davvero una persona dotata di un minimo di buon senso può dire che l'orario di lavoro non conta più tanto e che la cosa importante è "il risultato"? Ma che state a dì? Davvero pensate che "essere freelance è ormai la norma, non l'eccezione", come scrive un giornalista del Fatto?
Se in una azienda con cinque dipendenti ognuno lavorasse come vuole, in nome di una specie di libertà di auto-organizzarsi perché il lavoro ormai non è organizzato più come una volta, l'azienda chiuderebbe. Se uno si mettesse con un megafono davanti alla fabbrica a spiegare agli operai che entrano che l'orario di lavoro non è più così importante chiamerebbero la neuro.
Lo so che "per noi giornalisti l'orario di lavoro non ha senso, che un'amico di mio cugino che fa recensioni per un sito web l'altra sera twittava i commenti sui social e allora come lo consideriamo questo lavoro, che orario ha?", ma il tema non è questo, perché se per quel giorno non esce il pezzo sul blog non succede nulla, e neppure se Gramellini si sente male e neppure se io non scrivessi questo post. Persino se non uscisse in edicola La Repubblica per un giorno.
E' che se le commesse di Carrefour o i medici del Policlinico o i dipendenti delle Poste o gli addetti al forno di una fonderia o gli ingegneri che progettano dirigono i lavori sull'autostrada, i poliziotti, i casellanti, chi guida i treni, chi fa funzionare la rete internet, chi lavora in Parlamento, chi manda in onda le tv e le radio di tutto il mondo, se tutti questi non vanno a lavorare all'orario previsto poi è un problema, un problema serio.
Che poi tra parentesi, a proposito di Carrefour, altri giornalisti ci scassano da anni sulla bellezza della città sempre aperta, e ho visto un Carrefour a Ostia aperto h24. Lì l'orario di lavoro conta eccome, no?
Per dire: l'orario di lavoro dei poligrafici che stampano il giornale è una cosa seria, non un feticcio del passato. Magari tra cento anni non servirà più, ma dire che non è quella la misura del lavoro equivale a dire che non è del prezzo della benzina che si deve parlare, che non è quello il problema perché l'automobile è un residuato bellico e tra poco andremo tutti a lavorare con delle macchine volanti a propulsione eolica.
Quando ero regazzino si citava sempre il pezzo degli acerbi Manoscritti economico-filosofici di un filosofo con la barba in base ai quali nella società comunista uno poteva di giorno pescare o cacciare e di sera fare il critico critico senza per questo essere una o l'altra cosa, perché la divisione del lavoro era superata dalla società senza classi. Era un'ottimo programma, basato però sulla dittatura del proletariato. Programma che a me va pure bene. Non so a voi.
domenica 29 novembre 2015
lunedì 16 novembre 2015
Come difendersi da chi spara per le strade?
Come ci si difende da chi esce in strada e spara? E' questa, in fondo, la domanda che ci si dovrebbe fare di fronte agli attentati di Parigi. Invece tutti parlano d'altro, stanno attaccati alla televisione, seguono minuto per minuto le notizie su inseguimenti e allarmi cessati; rispolverano quelle tre o quattro cose sull'Islam (non hanno avuto la riforma, principali differenze tra sciiti e sunniti, il ruolo dell'Arabia Saudita che lo sanno tutti finanzia generosamente il terrorismo, la Siria e l'Iran) in attesa di dimenticarsene.
Quelli che dicono che i morti musulmani sono molti di più.
Quelli che dicono che nessuno ha pianto per i russi morti su un aereo partito da Sharm El Sheik o per i 40 cittadini di Beirut.
Quelli che dicono che ci vuole la guerra, quelli che dicono che così si rischia di allevare altro terrorismo, quelli che dicono che è colpa del comunitarismo britannico, chi invece che è colpa dell'assimilazionismo francese, quelli che invece il problema è il welfare generoso del nord Europa, chi invece che sarebbe la povertà che ha creato una generazione di disperati.
Quelli che uno degli attentatori è passato per la Grecia, quelli che no non era lui gli hanno rubato il passaporto.
Quelli che non bisogna far entrare i profughi.
Per esempio negli Stati Uniti la metà degli Stati non vuole accogliere i siriani.
Per la cronaca, vale la pena di ricordare che solo dal primo di gennaio negli Stati Uniti ci sono stati più di 11 mila morti da armi da fuoco.
Lo dice il meritevole archivio Gun violence.
Dice: ma mica sono stragi di massa.
Ok: solo le mass shooting hanno fatto dall'inizio dell'anno 291 tra morti e feriti. In America, mica in Iraq. Decine di sbroccati, disperati, convinti di finire in un paradiso qualsiasi, impasticcati, suprematisti o nazisti dell'Illinois, satanisti o semplicemente ubriachi si aggirano armati per le strade.
Per dire: il 13 novembre a Jacksonville, in Florida (Stato che non vuole i siriani) sono morte 4 persone per mano di un tizio. Che - tra l'altro - era stato arrestato pure due anni fa per un tentativo di strangolamento e poi rilasciato. Per dire.
Che ci puoi fare, se incontri un tizio così per strada? Bombardi la Florida?
Gli attentatori, pare, si sarebbero tutti fatti esplodere tranne uno, quello sulle cui tracce sarebbe la polizia di mezza Europa, Salah Abdelsam. Io penso che se questo non si è fatto esplodere c'è speranza che non si sia proprio bevuto il cervello, si sarà reso conto all'ultimo momento che la cosa proprio non aveva senso. Che tra ammazzarsi urlando Allah è grande e scappare era meglio scappare. Una cosa che, per come la vedo io, vuol dire speranza. Perché - come dicono nei film - non è finita fino a quando non è finita.
sabato 14 novembre 2015
"Il primo licenziato con il Jobs Act"
Prima (ieri) Il Messaggero Veneto, poi (oggi) La Repubblica raccontano la vicenda di un operaio della Pigna Evelopes licenziato dopo otto mesi.
Entrato in azienda il 16 marzo 2015, una settimana dopo l'entrata in vigore del mitico Jobs Act, è stato licenziato pochi giorni fa perché l'azienda ha avuto un calo di lavoro.
Classico licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ovvero per ragioni economiche.
Si legge oggi sarebbe colpa della legge votata dal governo Renzi e della sua riforma del lavoro.
In realtà non è così, perché - come ho già avuto modo di scrivere - i licenziamenti individuali non erano affatto vietati prima di quella legge, e neppure prima della legge Fornero, che aveva modificato alcune parti della dottrina sui licenziamenti.
Per esempio: nel 2013 sono stati licenziati per giustificato motivo oggettivo 720 mila persone, mica una. 720 mila persone come l'operaio di Udine, il cui licenziamento - probabilmente - ci sarebbe stato anche prima. Che il contratto di lavoro a tempo indeterminato fosse una specie di "matrimonio a vita" cui il datore di lavoro era costretto, insomma, era una storia cui poteva credere solo chi non ha nessuna idea di quel che succede nel mondo del lavoro.
Il caso dell'operaio di Udine insomma ci sarebbe stato anche prima. Forse con qualche allungamento dei tempi, con ricorsi e tentativi di allungare i tempi, ma con un esito identico.
Le differenze sono due. La prima è che per quell'assunzione l'azienda ha beneficiato - grazie alla decontribuzione (che non è nel Jobs Act) di un bell'aiuto economico che non dovrà restituire.
La seconda è in un difetto di "comunicazione", come dice il giurista Michele Tirabischi: se il governo vende una legge come la fine della precarietà ("la possibilità per le persone di avere una vita" e di fare "progetti") poi non si dovrebbe sorprendere che i giornali raccontino storie come quella dell'operaio della Pigna Envelopes con il titolo "altro che tutele crescenti".
Entrato in azienda il 16 marzo 2015, una settimana dopo l'entrata in vigore del mitico Jobs Act, è stato licenziato pochi giorni fa perché l'azienda ha avuto un calo di lavoro.
Classico licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ovvero per ragioni economiche.
Si legge oggi sarebbe colpa della legge votata dal governo Renzi e della sua riforma del lavoro.
In realtà non è così, perché - come ho già avuto modo di scrivere - i licenziamenti individuali non erano affatto vietati prima di quella legge, e neppure prima della legge Fornero, che aveva modificato alcune parti della dottrina sui licenziamenti.
Per esempio: nel 2013 sono stati licenziati per giustificato motivo oggettivo 720 mila persone, mica una. 720 mila persone come l'operaio di Udine, il cui licenziamento - probabilmente - ci sarebbe stato anche prima. Che il contratto di lavoro a tempo indeterminato fosse una specie di "matrimonio a vita" cui il datore di lavoro era costretto, insomma, era una storia cui poteva credere solo chi non ha nessuna idea di quel che succede nel mondo del lavoro.
Il caso dell'operaio di Udine insomma ci sarebbe stato anche prima. Forse con qualche allungamento dei tempi, con ricorsi e tentativi di allungare i tempi, ma con un esito identico.
Le differenze sono due. La prima è che per quell'assunzione l'azienda ha beneficiato - grazie alla decontribuzione (che non è nel Jobs Act) di un bell'aiuto economico che non dovrà restituire.
La seconda è in un difetto di "comunicazione", come dice il giurista Michele Tirabischi: se il governo vende una legge come la fine della precarietà ("la possibilità per le persone di avere una vita" e di fare "progetti") poi non si dovrebbe sorprendere che i giornali raccontino storie come quella dell'operaio della Pigna Envelopes con il titolo "altro che tutele crescenti".
lunedì 26 ottobre 2015
L'Expo, il Pil, la grande Fiera di paese
Una esposizione universale nell'anno 2015, quando ogni fine settimana si espone qualcosa in qualunque parte del mondo, è una specie di fiera di paese in grande, un luna park, uno spettacolo sostanzialmente inutile per la crescita.
Lo dice pure Dario di Vico
Come abbiamo già detto altrove Expo 2015 sarebbe andata in pari, ha detto Sala, alla quota di 24 milioni di visitatori paganti. Paganti è un dettaglio importante perché - a parte la quota di persone accreditate nella struttura, che erano lì per lavorare (anche io sono entrato senza pagare, e non sono nessuno) - ci sono stati molti biglietti regalati. Se andavi a dormire a Milano in ottobre ti regalavano l'ingresso. Le compagnie telefoniche ti mandavano inviti ad andare. Se sei giovane, vecchio, disoccupato, se prendi Italo, se viaggi con Trenitalia un modo per andare a fare le tue dodici ore di fila gratis lo avrai trovato.
Dunque, è andata benissimo, poteva andare peggio, i gufi non hanno trionfato però Expo 2015 è in perdita. Oltre a questo però ci sono anche i numeri.
Dicevano tutti che ci si aspettava un milione di cinesi. Beh, stando ai dati del Comune di Milano, diffusi il 6 ottobre, i numeri non sono proprio incoraggianti. Dice il Comune che "dei 3,8 milioni di turisti giunti a Milano nei primi cinque mesi di Expo, il 46 per cento era italiano e il 54 per cento fatto da stranieri. Di questi, il 12,9 americani, il 9,8 francesi, il 7,7 per cento di cinesi. Due milioni di persone, l'8 per cento è 160 mila. Nei primi cinque mesi. O sono arrivati tutti in queste tre settimane oppure i cinesi non si sono visti.
Si arriverà probabilmente a 21 milioni di visitatori. Ma la maggioranza - la stragrande maggioranza - erano italiani. Come quelli che sono andati l'anno scorso in uno dei tanti outlet della penisola.
I cinque di Mc Arthur Glen hanno fatto uguale 20 milioni di ingressi nel 2014 e non lo ripetono nei convegni internazionali. E sicuramente loro non sono in perdita.
Lo dice pure Dario di Vico
c'è un equivoco sul cosiddetto effetto Expo: fa clima ma non non muove il Pil (determinato dall'auto)
— dario di vico (@dariodivico) October 26, 2015
Serve a fare colore, a dare gioia alla gente che fa la fila per entrare in un padiglione che tuttavia non è tanto diverso - anche nei colori - a quelli che vendono gelati e orologi nelle stazioni centrali e negli aeroporti.
Per chi - come il commissario Sala - ha visto gli aeroporti del mondo, non c'è probabilmente niente di speciale in Expo. Anche perché la sfida più sfida più importante non è tanto far arrivare gente ma non far degradare le strutture, trovare il modo di smontarle o di riutilizzarle, sul sito o altrove (il famoso albero della vita), e non perderci.Come abbiamo già detto altrove Expo 2015 sarebbe andata in pari, ha detto Sala, alla quota di 24 milioni di visitatori paganti. Paganti è un dettaglio importante perché - a parte la quota di persone accreditate nella struttura, che erano lì per lavorare (anche io sono entrato senza pagare, e non sono nessuno) - ci sono stati molti biglietti regalati. Se andavi a dormire a Milano in ottobre ti regalavano l'ingresso. Le compagnie telefoniche ti mandavano inviti ad andare. Se sei giovane, vecchio, disoccupato, se prendi Italo, se viaggi con Trenitalia un modo per andare a fare le tue dodici ore di fila gratis lo avrai trovato.
Dunque, è andata benissimo, poteva andare peggio, i gufi non hanno trionfato però Expo 2015 è in perdita. Oltre a questo però ci sono anche i numeri.
Dicevano tutti che ci si aspettava un milione di cinesi. Beh, stando ai dati del Comune di Milano, diffusi il 6 ottobre, i numeri non sono proprio incoraggianti. Dice il Comune che "dei 3,8 milioni di turisti giunti a Milano nei primi cinque mesi di Expo, il 46 per cento era italiano e il 54 per cento fatto da stranieri. Di questi, il 12,9 americani, il 9,8 francesi, il 7,7 per cento di cinesi. Due milioni di persone, l'8 per cento è 160 mila. Nei primi cinque mesi. O sono arrivati tutti in queste tre settimane oppure i cinesi non si sono visti.
Si arriverà probabilmente a 21 milioni di visitatori. Ma la maggioranza - la stragrande maggioranza - erano italiani. Come quelli che sono andati l'anno scorso in uno dei tanti outlet della penisola.
I cinque di Mc Arthur Glen hanno fatto uguale 20 milioni di ingressi nel 2014 e non lo ripetono nei convegni internazionali. E sicuramente loro non sono in perdita.
mercoledì 21 ottobre 2015
Legge di Stabilità e clausola migranti, ovvero perché 3 miliardi e 300 milioni sembra una cifra un po' altina
Nella lettera che il ministro dell'Economia Padoan ha inviato a Bruxelles per spiegare alla Commissione europea la legge di Stabilità c'è un capitolo dedicato al costo che l'Italia sta sostenendo per accogliere i migranti, titolato "Fiscal costs of immigration and rescue operations". E' quella che i giornali chiamano "clausola migranti", ovvero la richiesta alla Ue di poter sforare di altri 3,3 miliardi di euro a causa dei costi che il fenomeno dell'immigrazione ha causato e causerà al bilancio dello Stato italiano.
Scrive Padoan che la parte più significativa di questa spesa ("the most significant share of expenditure") riguarda le strutture di accoglienza e la quantifica nel 50 per cento del totale. Poi le operazioni di recupero e di salvataggio in mare (25-30 per cento) e infine per le cure e la scuola per i migranti che arrivano in Italia. Senza contare i costi "indiretti e incalcolabili" (indirect, and incalculable, costs are being faced for the overall integration of immigrants into the economic and social fabric of the country).
Cerchiamo di vedere nel dettaglio numeri ed "expenditure" relative.
I migranti ospitati in Italia, secondo i dati forniti dal Viminale, sono in questo momento quasi 100 mila, divisi tra la rete di accoglienza Sprar (Servizio centrale protezione richiedenti asilo e rifugiati), i centri governativi e quelli temporanei. Lo Sprar pubblica dei bandi - uno è attivo proprio in questi giorni - in cui invita a candidarsi per ospitare migranti. Solo in questa fase il bando è per 10 mila posti. I migranti che oggi sono distribuiti tra gli enti locali, in attuazione di oltre 450 progetti, sono oltre 20 mila.
Anche a voler largheggiare, anche a voler considerare la spesa di 50 euro al giorno per ogni migrante (il costo medio come sapete e come ripetono ossessivamente quelli che non vogliono gli immigrati è 35 euro), se moltiplichiamo per 100 mila migranti, siamo a 5 milioni di euro. Per un mese fa 150 milioni, per un anno fa 1 miliardo e 800 milioni. Una cifra molto alta che neppure il governo considera. La conferma arriva da una tabella pubblicata proprio ieri, 21 ottobre, dal ministero dell'Interno in un rapporto sulla accoglienza (qui l'abstract). Dice che la stima del costo totale tra le strutture Sprar, i Cara, i Cda, i Cpsa è di 1 miliardo e 162 milioni.
Siamo dunque molto lontani dai 3 miliardi e 300 milioni di cui parla il governo. Se questa parte, come dice Padoan, è il 50 per cento della spesa, scoprirete che ai 3 miliardi non ci arriveremo mai.
Dice infatti il governo italiano: ma non c'è solo l'accoglienza. C'è la spesa per l'intervento delle nostre forze dell'ordine, per i salvataggi in mare, per la protezione civile, quella che deve sopportare il sistema sanitario e quello scolastico. Queste due voci dovrebbero fare l'altro 50 per cento.
Nel documento inviato alla Commissione Europea il governo italiano giustamente sottolinea che il nostro Paese consente di frequentare la scuola e di terminare gli studi a tutti i minori, indipendentemente dallo status dei genitori. Ma se se guardano i dati dell'anno scolastico 2013-2014 (l'ultimo disponibile) si vede che gli stranieri nelle scuole italiane erano oltre 800 mila, di cui oltre 150 mila di nazionalità romena, oltre 100 mila di nazionalità albanese, oltre 100 mila marocchini, e poi - scendendo nella classifica - cinesi, filippini, moldavi, indiani, ucraini, peruviani, tunisini, dall'Ecuador, dai Balcani, dalla Turchia, perfino dalla Francia o dalla Gran Bretagna.
E soprattutto oltre la metà di quel 51 per cento è di seconda generazione, ovvero è nata in Italia. Quell'anno gli alunni entrati "per la prima volta" a scuola erano il 4,9 per cento del totale. Meno di 40 mila. E di questi occorrerebbe sapere quanti fanno parte della categoria "figli di migranti clandestini".
Ma anche ammettendo una qualche variazione dovuta all'arrivo dei barconi (secondo i dati del ministero dell'Interno nel 2014 sono arrivati oltre 26 mila minori, di cui 14 mila non accompagnati, fino al 10 ottobre 2015 ne erano arrivati altri 16 mila circa) difficile che il numero di alunni stranieri figli di clandestini sia tale da provocare chissà quali spese all'istruzione italiana.
Anche ammettendo un costo standard per studente di 2500 mila euro e anche ammettendo tutti i minori arrivati poi approdati nelle aule scolastiche ad apprezzare la buona scuola, avremmo una spesa di 100 milioni di euro. E sicuramente non è così. Anche perché non sappiamo quanti di questi minori entrino davvero in una scuola e quanti se ne stiano nascosti in attesa di tentare di andare in Germania o in Svezia.
Quanto al sistema sanitario, vale la pena di ricordare che i "clandestini" possono avervi accesso solo per cure definite "essenziali": gravidanza, vaccinazioni, profilassi e cura di malattie infettive, cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti. In questo caso i medici sono tenuti a non segnalare il "clandestino" alle forze dell'ordine. Non crediamo che i numeri siano tali da spiegare una spesa molto significativa per il nostro sistema sanitario.
Infine, la spesa per protezione civile, polizia, salvataggi. In questo caso, per avere una misura delle cose, facciamo un confronto: il fondo missioni, cioè la dotazione annuale che il Ministero dell'economia ha riservato a tutte le missioni militari italiane all'estero, è di 900 milioni di euro. Forse quest'anno non basteranno, forse serviranno 100 milioni in più. Siamo al miliardo.
Possibile che l'azione di salvataggio e di assistenza quest'anno sia costata molto di più degli oltre 4500 militari italiani impegnati in Afghanistan, nei Balcani, in Libano eccetera eccetera, con relative armi, mezzi, rifornimenti?
Sempre per fare un confronto, l'operazione Mare Nostrum era composta di 700-1000 militari, due corvette, un pattugliatore, alcuni elicotteri. E costava all'Italia - secondo la Fondazione Leone Moressa - circa 7 milioni di euro al mese, che in un anno fa 84 milioni.
Ancora per fare un esempio, il costo di Triton, secondo la Fondazione Ismu, incideva per circa 2 euro all'anno nelle tasche di ogni italiano. Facile fare il conto: 120 milioni di euro.
Sempre secondo la Fondazione Moressa il costo stimato della operazione Frontex, per la quale 15 Stati dell'Ue hanno offerto mezzi e risorse, è di circa 2,9 milioni di euro al mese. Sembra molto difficile arrivare alle cifre di cui ha parlato il governo.
D'altra parte che al fatto che la Ue ci conceda la clausola migranti non sembrava credere molto il presidente del Consiglio Renzi, almeno a giudicare dalle parole che ha usato in conferenza stampa presentando la manovra.
Una dichiarazione che si spiega forse anche con il fatto che quel numero lo hanno messo un po' a casaccio, tenendosi larghi senza aver fatto bene i conti, come forse è successo anche per altri punti della legge di Stabilità.
Scrive Padoan che la parte più significativa di questa spesa ("the most significant share of expenditure") riguarda le strutture di accoglienza e la quantifica nel 50 per cento del totale. Poi le operazioni di recupero e di salvataggio in mare (25-30 per cento) e infine per le cure e la scuola per i migranti che arrivano in Italia. Senza contare i costi "indiretti e incalcolabili" (indirect, and incalculable, costs are being faced for the overall integration of immigrants into the economic and social fabric of the country).
Cerchiamo di vedere nel dettaglio numeri ed "expenditure" relative.
I migranti ospitati in Italia, secondo i dati forniti dal Viminale, sono in questo momento quasi 100 mila, divisi tra la rete di accoglienza Sprar (Servizio centrale protezione richiedenti asilo e rifugiati), i centri governativi e quelli temporanei. Lo Sprar pubblica dei bandi - uno è attivo proprio in questi giorni - in cui invita a candidarsi per ospitare migranti. Solo in questa fase il bando è per 10 mila posti. I migranti che oggi sono distribuiti tra gli enti locali, in attuazione di oltre 450 progetti, sono oltre 20 mila.
Anche a voler largheggiare, anche a voler considerare la spesa di 50 euro al giorno per ogni migrante (il costo medio come sapete e come ripetono ossessivamente quelli che non vogliono gli immigrati è 35 euro), se moltiplichiamo per 100 mila migranti, siamo a 5 milioni di euro. Per un mese fa 150 milioni, per un anno fa 1 miliardo e 800 milioni. Una cifra molto alta che neppure il governo considera. La conferma arriva da una tabella pubblicata proprio ieri, 21 ottobre, dal ministero dell'Interno in un rapporto sulla accoglienza (qui l'abstract). Dice che la stima del costo totale tra le strutture Sprar, i Cara, i Cda, i Cpsa è di 1 miliardo e 162 milioni.
Siamo dunque molto lontani dai 3 miliardi e 300 milioni di cui parla il governo. Se questa parte, come dice Padoan, è il 50 per cento della spesa, scoprirete che ai 3 miliardi non ci arriveremo mai.
Dice infatti il governo italiano: ma non c'è solo l'accoglienza. C'è la spesa per l'intervento delle nostre forze dell'ordine, per i salvataggi in mare, per la protezione civile, quella che deve sopportare il sistema sanitario e quello scolastico. Queste due voci dovrebbero fare l'altro 50 per cento.
Nel documento inviato alla Commissione Europea il governo italiano giustamente sottolinea che il nostro Paese consente di frequentare la scuola e di terminare gli studi a tutti i minori, indipendentemente dallo status dei genitori. Ma se se guardano i dati dell'anno scolastico 2013-2014 (l'ultimo disponibile) si vede che gli stranieri nelle scuole italiane erano oltre 800 mila, di cui oltre 150 mila di nazionalità romena, oltre 100 mila di nazionalità albanese, oltre 100 mila marocchini, e poi - scendendo nella classifica - cinesi, filippini, moldavi, indiani, ucraini, peruviani, tunisini, dall'Ecuador, dai Balcani, dalla Turchia, perfino dalla Francia o dalla Gran Bretagna.
E soprattutto oltre la metà di quel 51 per cento è di seconda generazione, ovvero è nata in Italia. Quell'anno gli alunni entrati "per la prima volta" a scuola erano il 4,9 per cento del totale. Meno di 40 mila. E di questi occorrerebbe sapere quanti fanno parte della categoria "figli di migranti clandestini".
Ma anche ammettendo una qualche variazione dovuta all'arrivo dei barconi (secondo i dati del ministero dell'Interno nel 2014 sono arrivati oltre 26 mila minori, di cui 14 mila non accompagnati, fino al 10 ottobre 2015 ne erano arrivati altri 16 mila circa) difficile che il numero di alunni stranieri figli di clandestini sia tale da provocare chissà quali spese all'istruzione italiana.
Anche ammettendo un costo standard per studente di 2500 mila euro e anche ammettendo tutti i minori arrivati poi approdati nelle aule scolastiche ad apprezzare la buona scuola, avremmo una spesa di 100 milioni di euro. E sicuramente non è così. Anche perché non sappiamo quanti di questi minori entrino davvero in una scuola e quanti se ne stiano nascosti in attesa di tentare di andare in Germania o in Svezia.
Quanto al sistema sanitario, vale la pena di ricordare che i "clandestini" possono avervi accesso solo per cure definite "essenziali": gravidanza, vaccinazioni, profilassi e cura di malattie infettive, cure ambulatoriali e ospedaliere urgenti. In questo caso i medici sono tenuti a non segnalare il "clandestino" alle forze dell'ordine. Non crediamo che i numeri siano tali da spiegare una spesa molto significativa per il nostro sistema sanitario.
Infine, la spesa per protezione civile, polizia, salvataggi. In questo caso, per avere una misura delle cose, facciamo un confronto: il fondo missioni, cioè la dotazione annuale che il Ministero dell'economia ha riservato a tutte le missioni militari italiane all'estero, è di 900 milioni di euro. Forse quest'anno non basteranno, forse serviranno 100 milioni in più. Siamo al miliardo.
Possibile che l'azione di salvataggio e di assistenza quest'anno sia costata molto di più degli oltre 4500 militari italiani impegnati in Afghanistan, nei Balcani, in Libano eccetera eccetera, con relative armi, mezzi, rifornimenti?
Sempre per fare un confronto, l'operazione Mare Nostrum era composta di 700-1000 militari, due corvette, un pattugliatore, alcuni elicotteri. E costava all'Italia - secondo la Fondazione Leone Moressa - circa 7 milioni di euro al mese, che in un anno fa 84 milioni.
Ancora per fare un esempio, il costo di Triton, secondo la Fondazione Ismu, incideva per circa 2 euro all'anno nelle tasche di ogni italiano. Facile fare il conto: 120 milioni di euro.
Sempre secondo la Fondazione Moressa il costo stimato della operazione Frontex, per la quale 15 Stati dell'Ue hanno offerto mezzi e risorse, è di circa 2,9 milioni di euro al mese. Sembra molto difficile arrivare alle cifre di cui ha parlato il governo.
D'altra parte che al fatto che la Ue ci conceda la clausola migranti non sembrava credere molto il presidente del Consiglio Renzi, almeno a giudicare dalle parole che ha usato in conferenza stampa presentando la manovra.
Una dichiarazione che si spiega forse anche con il fatto che quel numero lo hanno messo un po' a casaccio, tenendosi larghi senza aver fatto bene i conti, come forse è successo anche per altri punti della legge di Stabilità.
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martedì 13 ottobre 2015
Federalberghi contro Booking.com: le opinioni a confronto
Nei giorni scorsi la Camera ha approvato la legge annuale sulla
concorrenza. Tra gli articoli, uno riguarda gli alberghi e i loro
rapporti contrattuali con le piattaforme di prenotazioni online, come
Booking.com. Aggiunto al disegno di legge con un emendamento promosso
da Tiziano Arlotti, un deputato Pd nato a Rimini ed eletto in Emilia
Romagna, dichiara "nullo ogni patto con il quale l’impresa
turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale,
con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni
altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati
dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi,
indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto". È la
cancellazione del cosidetto parity rate, il vincolo che il portale di
prenotazioni online chiede all'albergo: vendo le tue stanze se mi
prometti di non venderle a prezzi inferiori.
A votare questa norma una ampia
maggioranza traversale che comprende Pd, Scelta Civica, Sel, Forza
Italia, Al.
Alessandro Nucara, direttore generale
di Federalberghi, che raggruppa oltre 27mila dei 34 alberghi
italiani, esulta: "C'è più libertà. Piu libertà per le
imprese, che potranno fare il prezzo che riterranno opportuno, per i
consumatori, che potranno scegliere e anche per i portali, che
potranno liberarsi di questa rendita di posizione di cui hanno
usufruito. Dovranno metterci un po' di pepe in più, e quando succede
siamo tutti più bravi. La concorrenza fa bene a tutti".
Insomma, secondo Nucara la norma,
quando sarà approvata definitivamente (deve passare al Senato),
porterà ad un "mercato più efficiente". Se un albergo
vende una stanza a 100 euro con il portale online ne incasssa diciamo
85, tolte le commissioni; se la vende a 90 senza portale ne incassa
90 ed il consumatore spende meno. Sembra funzionare.
Andrea D'Amico, regional director di
Booking.com per l'Italia, spiega però che la questione della
"rendita di posizione" in realtà era già in parte
superata: le autorità antitrust di Svezia, Francia e Italia avevano
nei mesi scorsi contestato a Booking.com i vincoli sulle offerte
tariffarie e Booking.com aveva a quel punto annunciato che avrebbe
rinunciato a tutti i vincoli tranne quello sulle vendite online. “La
ragione è quasi ovvia: se un cliente trova online su Booking.com un
prezzo e poi ne trova uno inferiore sul sito dell'hotel comprerà lì.
Booking.com avrà investito risorse e a trarne beneficio sarà
l'albergo, senza pagare alcuna commissione”. Per questo l'autoritàAntitrust italiana il 21 aprile scorso, insieme alle autorità
svedesi e francesi, annunciava di accettare gli impegni presi da
Booking.com, che avrebbe potuto vincolare gli hotel a non praticare
tariffe più basse solo sul poprio sito lasciando loro la possibilità
di farlo con tutti gli altri sistemi di vendita, dal telefono al
front desk agli altri canali online. Insomma: il cliente se vuole
può spendere meno. Ma l'albergo, se vuole avere la visibilità che
Booking.com garantisce, deve accettare almeno il limite della vendita
dal suo sito. “Gli impegni offerti da Booking.com conseguono il
giusto equilibrio per i consumatori in Francia, Italia e Svezia,
ripristinando la concorrenza e, al contempo, preservando la fruizione
semplice e gratuita dei servizi di ricerca e di comparazione,
incoraggiando lo sviluppo dell’economia digitale”, scrivevano i
presidenti delle tre autorità.
Non bastava? No.
Risponde Nucara che quello
dell'Antitrust è stato solo "un primo timido passo. Il mercato
si sta spostando online e dire agli alberghi che non potranno vendere
sul loro sito mi sembra anche un autogol. Questo è un confronto
impari tra un colosso che muove 40 miliardi di euro all'anno e un
signore, l'albergo, la singola struttura, che spara con la pistola ad
acqua".
Booking.com è certamente un colosso:
10 mila dipendenti di cui 230 in Italia, 700mila strutture
alberghiere nel mondo, 90mila solo in Italia. Ma è un colosso che ha
portato lo scorso anno 7 milioni di prenotazioni di stranieri, che
sono andati a dormire da altrettanti signori con la pistola ad acqua.
Investendo milioni di euro in algoritmi e tecnologia, chiedendo agli
albergatori una commissione tra il 15 e il 18 per cento ed offrendo
in cambio posizionamento, investimenti in decine di siti (dalle
compagnie aeree alle società di noleggio auto) traduzioni in 42
lingue, assistenza al cliente 24 ore su 24. L'albergo non paga nulla
fino a quando non c'è una prenotazione. "Pochi ricordano che la
parità tariffaria è nata per volontà degli albergatori",
ricorda D'Amico. "Nel mondo del turismo prima della rete
internet c'erano grossisti che compravano stanze da vendere ai tour
operator che a loro volta vendevano alle agenzie di viaggio. Allora
le commissioni – anche per il numero degli intermediari -
arrivavano al 40 per cento, e soprattutto non c'era alcuna
trasparenza sui prezzi. La parità costituiva per gli alberghi la
certezza che indipendentemente dal canale di vendita, il prezzo
sarebbe stato certo".
È anche vero che parliamo di un altro
mondo, come dice Nucara: "Prima c'erano due grandi poli: quello
intermediato che era collettivo, fatto di viaggi di gruppo; poi c'era
il non intermediato che era per il viaggio individuale. Oggi è
diverso, l'individuale è molto spesso intermediato dai portali. Se
tutto il mercato è intermediato le commissioni dovrebbero scendere,
non salire".
Booking.com ha venduto la prima stanza
in Italia all'inizio degli anni 2000, dal 2006 ha cominciato ad
operare direttamente sul nostro territorio ed ha costruito la sua
rete con il metodo tradizionale degli account manager che andavano a
visitare l'hotel per proporre l'ingresso nella piattaforma. Quello
che ci si potrebbe chiedere è che interesse avrebbe a rimanere in
Italia se la legge passasse anche al Senato. Se il viandante russo
cerca da dormire a Poggibonsi su internet verosimilmente lo trova su
Booking.com o su qualche concorrente. Trovato l'hotel, va sul suo
sito e prenota a prezzo più basso. Perché Booking.com dovrebbe
spendere soldi per tradurre in russo le pagine su quell'hotel?
Booking.com non ha comunque intenzione
di lasciare l'Italia e Federalberghi ci tiene a sottolineare che non
si tratta di una guerra alle Ota, online travel agency: “nessuno
vuole la morte dei portali, sarebbe sciocco. So che l'albergatore ha
visibilità grazie ai portali, che fanno loro mestiere", dice
Nucara.
D'Amico dal canto suo ridimensiona
qualche titolo esagerato uscito nei giorni scorsi, quando si è letto
della "minaccia di Booking.com" che sarebbe stata appunto
"pronta" a "lasciare l'Italia". "Saremmo
stupidi se dicessimo che domani ce ne andiamo dall'Italia. Chi ha
detto che minacciamo di levare le tende ci conosce poco ed ha anche
una scarsa conoscenza di un soggetto che opera in un mercato e fa le
sue scelte per business, non per affermare una idea. Anzi, vorrei
dire alle strutture italiane che noi non chiudiamo con loro anche se
non ci dessero la migliore tariffa. Vogliamo confrontarci,
discuterne, trovare soluzioni. Ricordando anche - ce lo disse un
sondaggio che commissionammo qualche anno fa - che il 72 per cento
delle strutture dichiarava di aver aumentato il fatturato grazie alle
Ota. Magari potremmo decidere di investire di più in Spagna
piuttosto che in Brasile, ma non ce ne andiamo. E ai consumatori dico
che manterremo la garanzia della miglior tariffa", che prevede,
da parte di Booking.com, il rimborso della differenza se un cliente
trova altrove una tariffa migliore.
L'impressione è che la battaglia di
Federalberghi sia stata più simbolica (il turismo del Belpaese
contro la multinazionale) che di sostanza. Implicitamente lo ammette
anche Nucara: "Questa norma non è la panacea, perché - lo dico
agli albergatori - se passa la legge l'albergo sarà più libero di
fare il prezzo che ritiene ma se vorrà clienti dovrà investire,
fare il sito più bello, avere personale più formato, e il portale
dovrà offrire altri servizi.".
Di certo la vicenda ha mostrato che la
multinazionale olandese Booking.com, di proprietà della
multinazionale americana Priceline, non è riuscita ad ottenere più
di 4 voti contro i 434 favorevoli all'emendamento. Scarsini nel fare
lobbying? "In Italia Federalberghi è molto potente,
evidentemente, visto che in materia di concorrenza non vale quello
che dice l'Autorità per la concorrenza e il mercato e la Camera vota
quello che dice Federalberghi. Noi confidiamo nel Senato",
risponde D'Amico.
Di certo il mercato in Italia ha potenzialità di
crescita notevoli. Abbiamo 2 milioni di posti letto nei 24 mila hotel
da tre stelle in su, 700 milioni di notti vendibili all'anno e ne
vendiamo solo circa 280 milioni.
"Lo scorso anno si è superato il
miliardo e 200 milioni di viaggiatori nel mondo", dice D'Amico.
"Visto che nei prossimi anni viaggerà un miliardo di persone in
più la priorità dovrebbe essere intercettarne in Italia almeno una
parte, possibilmente la più danarosa, per essere venali",
conclude Nucara.
domenica 11 ottobre 2015
Morti sul lavoro, per capire bene le cifre
Oggi l'Anmil, associazione mutilati e invalidi sul lavoro, celebrava in tutta Italia la giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro. Nel nostro Paese infatti ogni anno ci sono centinaia di morti sul lavoro e centinaia di migliaia di infortuni sul lavoro. La tendenza però è quella di un costante calo dei numeri. Negli anni Sessanta e Settanta si è arrivati a oltre 3000 morti all'anno. Nel 2010 si superavano i 1400 morti e gli oltre 700 mila infortuni. Nel 2013, per esempio, gli infortuni erano poco più di 600 mila e i morti erano meno di 700.
Oggi l'Anmil ha diffuso i dati e la notizia è che i morti sul lavoro dal 1 gennaio alla fine di agosto sono state 752, contro le 652 dello stesso periodo dell'anno scorso. Per questo tutti i siti e gli organi di informazione hanno parlato di una emergenza che non finisce e di "preoccupante inversione di tendenza".
Il fatto è che pochi sanno che i dati sugli infortuni sul lavoro comprendono tutti i morti in occasione di lavoro, compresi gli "infortuni in itinere".
Si tratta di quelle persone morte mentre si recavano al lavoro o tornavano a casa. A questi vanno aggiunti i morti sul lavoro per incidente stradale, ovvero tutti quelli che stavano lavorando e sono morti in un incidente con l'auto o il mezzo su cui viaggiavano.
Nell'anno 2013 per esempio 216 persone sono morte "in occasione di lavoro con mezzo di trasporto", come dice la statistica Inail. Camionisti, ma anche agricoltori investiti da trattori. Non c'è niente da ridere.
Secondo l'Osservatorio Indipendente sui morti sul lavoro di Bologna in 116 agricoltori sono morti schiacciati da un trattore, quest'anno.
Per tornareal 2013, altre 177 persone sono morte "in itinere con mezzo di trasporto", ovvero appunto per un incidente mentre andavano o tornavano dal lavoro. Ce n'erano poi altre 9 morte "in itinere senza mezzo di trasporto", ovvero mentre andavano o tornavano dal lavoro ma non su una macchina. Investiti, insomma.
Per riassumere parliamo di quasi 400 morti sul lavoro che in realtà sono morti per incidente stradale.
Per tornare all'Osservatorio bolognese indipendente - che per capirci contesta i dati Inail giudicandoli sempre troppo bassi, perché i dati considerano solo i lavoratori assicurati Inail, che non sono proprio tutti - scrive molto chiaramente che i morti sul lavoro fino ad agosto scorso che non fossero su mezzi di trasporto, cioé al lavoro, sono stati secondo l'Inail 343. Dunque gli altri 410 sono in itinere. Per incidente stradale.
Non si vuole sostenere che siano morti meno importanti, ci mancherebbe altro. Sono morti. E comunque continua ad essere gravissimo che centinaia di migliaia di lavoratori subiscano infortuni anche gravissimi lavorando e che centinaia muoiano lavoando.
E' solo per dire che non è detto che ci sia una "inversione di tendenza". Nel 2014 ci sono state 1107 "denunce di infortunio con esito mortale" come dice la fredda statistica dell'Inail. Di questi, 271 erano "in itinere" e 219 erano al lavoro "con mezzo di trasporto. Quasi la metà. Quest'anno sembra che siano più della metà, come abbiamo visto.
Magari alla fine dell'anno scopriremo che gli infortuni sul lavoro anche quest'anno sono scesi un altro po'. Noi comunque lo speriamo, e semmai aspettiamo titoloni sui morti sull'asfalto.
Oggi l'Anmil ha diffuso i dati e la notizia è che i morti sul lavoro dal 1 gennaio alla fine di agosto sono state 752, contro le 652 dello stesso periodo dell'anno scorso. Per questo tutti i siti e gli organi di informazione hanno parlato di una emergenza che non finisce e di "preoccupante inversione di tendenza".
Il fatto è che pochi sanno che i dati sugli infortuni sul lavoro comprendono tutti i morti in occasione di lavoro, compresi gli "infortuni in itinere".
Si tratta di quelle persone morte mentre si recavano al lavoro o tornavano a casa. A questi vanno aggiunti i morti sul lavoro per incidente stradale, ovvero tutti quelli che stavano lavorando e sono morti in un incidente con l'auto o il mezzo su cui viaggiavano.
Nell'anno 2013 per esempio 216 persone sono morte "in occasione di lavoro con mezzo di trasporto", come dice la statistica Inail. Camionisti, ma anche agricoltori investiti da trattori. Non c'è niente da ridere.
Secondo l'Osservatorio Indipendente sui morti sul lavoro di Bologna in 116 agricoltori sono morti schiacciati da un trattore, quest'anno.
Per tornareal 2013, altre 177 persone sono morte "in itinere con mezzo di trasporto", ovvero appunto per un incidente mentre andavano o tornavano dal lavoro. Ce n'erano poi altre 9 morte "in itinere senza mezzo di trasporto", ovvero mentre andavano o tornavano dal lavoro ma non su una macchina. Investiti, insomma.
Per riassumere parliamo di quasi 400 morti sul lavoro che in realtà sono morti per incidente stradale.
Per tornare all'Osservatorio bolognese indipendente - che per capirci contesta i dati Inail giudicandoli sempre troppo bassi, perché i dati considerano solo i lavoratori assicurati Inail, che non sono proprio tutti - scrive molto chiaramente che i morti sul lavoro fino ad agosto scorso che non fossero su mezzi di trasporto, cioé al lavoro, sono stati secondo l'Inail 343. Dunque gli altri 410 sono in itinere. Per incidente stradale.
Non si vuole sostenere che siano morti meno importanti, ci mancherebbe altro. Sono morti. E comunque continua ad essere gravissimo che centinaia di migliaia di lavoratori subiscano infortuni anche gravissimi lavorando e che centinaia muoiano lavoando.
E' solo per dire che non è detto che ci sia una "inversione di tendenza". Nel 2014 ci sono state 1107 "denunce di infortunio con esito mortale" come dice la fredda statistica dell'Inail. Di questi, 271 erano "in itinere" e 219 erano al lavoro "con mezzo di trasporto. Quasi la metà. Quest'anno sembra che siano più della metà, come abbiamo visto.
Magari alla fine dell'anno scopriremo che gli infortuni sul lavoro anche quest'anno sono scesi un altro po'. Noi comunque lo speriamo, e semmai aspettiamo titoloni sui morti sull'asfalto.
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