domenica 18 giugno 2017

Mali, qualche notizia

Due morti e una ventina di ostaggi forse liberi. 


Questo al momento il bilancio di un attacco terroristico in un luogo di vacanze nei pressi di Bamako, un resort a dieci chilometri dalla capitale del Mali. 

Il governo maliano parla esplicitamentedi attacco jihadista. I militari maliani e quelli della missione Onu Minusma stanno cercando i responsabili. Avrebbero liberato una ventina di ostaggi. Alcuni di loro in un pulmino si sono visti poco fa - le 22,30 ora italiana - sulle tv.

Gli assalitori avrebbero gridato Allah Akbar secondo le testimonianze.

Il presidente francese Macron aveva fatto proprio in Mali il suo primo viaggio fuori dall'Europa, ed era andato a trovare i soldati francesi stanziati a Gao, nel nord del Paese, zona particolarmente delicata per le incursioni di terroristi islamisti, vicini più ad Al Qaeda che all'Isis.

La presenza militare francese nell'intera area non è piccola: 4000 soldati sono impegnati tra Mali, Burkina Faso, Niger, Chad, Mauritania. Tra l'altro proprio in quella occasione Macron aveva invitato caldamente gli altri partner europei a impegnarsi nella lotta al terrorismo in Africa. Si era rivolto direttamente alla Germania ma parlava anche agli altri partner importanti nella Ue.

Che il terrorismo continui ad essere un problema lo aveva detto proprio due giorni fa la stessa missione Onu Minusma, attiva appunto dal 2013 nel Paese.

In Mali c'è un problema di separatismo interno in cui si è innestata la questione jihadista.Ci sono gruppi armati di varia tendenza. Ci sono accordi di pace firmati due anni fa e ancora lontani dal diventare operativi. Quando la Francia intervenne - si ricorderà la distruzione ad opera di terroristi jihadisti di importanti santuari a Timbuktu - sembrò facile.

Oggi, come scrive una analista di Human Rights Watch, si capisce che il pantano in Mali non si risolve solo con i militari. Anzi, i militari del governo legittimo sembrano peggiorare le cose. Si legge nell'articolo: “The jihadists speak a lot about corruption… how the authorities steal, torture and do bad things to us,” one elder said. “Honestly, they don’t need to try very hard to recruit the youth…”.

Il fatto che l'azione si avvenuta non nel tormentato nord ma nei pressi della capitale non è rassicurante. 



Sciopero, come se ne esce?

Con una intervista al Corriere della Sera il senatore Ichino spiega che nel settore dei trasporti sarebbe il caso di sottoporre la decisione di scioperare ad un voto con referendum dei lavoratori. Altrimenti, dice, l'astensione dal lavoro di una piccola minoranza blocca l'azienda e lede gravemente il diritto di tutti gli altri cittadini di muoversi.

Sarebbe ragionevole se non prescindesse da un dato: scioperare non è obbligatorio. Anzi, costa. Se si sciopera per otto ore si avranno in busta paga otto ore in meno di stipendio. Dunque se un sindacatino minoritario indice uno sciopero e poi aderisce allo sciopero una percentuale maggioritaria dei lavoratori, il problema rimane. L'adesione è il referendum, un referendum oneroso direi, visto che si paga per partecipare.

Tanto più che l'ultimo sciopero che tante polemiche ha suscitato era stato convocato rispettando tutte le norme che pure in materia di servizi pubblici essenziali non sono lasche. Era in regola e chi ha scioperato ha scioperato.

Nelle aziende di trasporto le cose sono poi complicate dall'organizzazione del lavoro. Visto che non è il caso che l'azienda chieda al lavoratore se il giorno dopo intende scioperare - perché questo comunque configurerebbe una qualche forma di pressione che la legge vieta (Ichino accenna al tema nella intervista e dice che in fondo si potrebbe fare, mettendola come se fosse un problema di privacy, ma il tema è complicato)  - l'unica cosa che le aziende possono fare è vedere come va la mattina.

Nel trasporto pubblico locale non ho memoria di uno sciopero in cui non siano stati semplicemente chiusi i varchi delle metropolitane, anche perché immagino che non sia facile far andare la metropolitana solo quando c'è qualcuno che guidi i convogli e fermarla quando il guidatore sciopera.

Per i bus, ogni tanto qualcuno passa e la gente si mette in coda alla fermata aspettando l'autista che non ha aderito.

Il problema di fondo comunque è il fatto che i lavoratori scioperano. Su questo un può essere d'accordo o no, si può pensare che facciano una stupidaggine e che la piattaforma sulla quale scioperavano è tutta sbagliata quando non inutilmente prolissa (dalla richiesta di rinazionalizzare i servizi di trasporto al no alla guerra imperialista. Chissà se i ferrotranvieri lo sapevano).

Ma alla fine non c'è modo né sarebbe giusto impedire scioperi anche su questo.

D'altra parte in moltissimi ambienti di lavoro i sindacati sono fortemente minoritari o comunque minoritari. Pensate ai giornalisti: hanno un unico sindacato di categoria e gli iscritti sono circa il 50 per cento tra i contrattualizzati. Eppure quando c'è sciopero dei giornalisti quasi tutti i giornali non escono, nonostante ci siano magari legioni di giornalisti pronti a lavorare.

Su una cosa però Ichino ha ragione: servono norme sulla rappresentanza e la rappresentatività per dare al mondo del lavoro regole un po' più stabili. Non a caso uno dei punti della ridondante piattaforma dei sindacati Slb dei trasporti cita con orrore l'accordo sulla rappresentanza del 2014 siglato tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil.

Solo che quell'accordo è fermo al palo. Come ha scritto qualche giorno fa Enrico Marro sul Corriere della Sera, è vero che ha facilitato tanti contratti di categoria. Ma è anche vero che è fermo anche perché se si tratta di misurare la rappresentatività il problema non è solo dei sindacatini autonomi e dei Cobas dei trasporti.
E' anche dei datori di lavoro e delle prerogative dei loro sindacati, Confindustria in testa.

Una legge sulla rappresentanza e la rappresentatività dei sindacati è tema di cui si parla da venti anni e ancora non vede la luce. Una ragione ci sarà, e se ne riparlerà al prossimo dibattito successivo al prossimo caos trasporti.


sabato 17 giugno 2017

Africa, tre notizie da La Stampa

Tre notizie da La Stampa. La prima è quella dell'incontro tra Merkel e Bergoglio, oggi. I due hanno parlato di Africa, anche perché la Germania ospiterà a luglio un G20 in cui si parlerà soprattutto del continente africano. Un buon segnale.

Prima ancora, tra i pochi politici italiani, è stato Giorgio Napolitano a parlare di Africa ed Europa. L'ex capo dello Stato proprio questa mattina, 17 giugno, firmava una riflessione sullo stesso quotidiano. Il titolo dice molto: il cantiere dell'Europa riparte dal fronte sud.

Napolitano scrive di una nuova attenzione dell'Europa verso l'Africa, specie grazie alla Germania. Segnale che testimonia "l’ampiezza di visione e la concretezza di approcci" evidenziata dalla Conferenza di Berlino per lo sviluppo del Continente africano. Napolitano è consapevole che a determinare questa spinta è sicuramente la "grande ondata migratoria, in particolare di provenienza africana, che ha investito i Paesi dell’Unione europea".

E tuttavia riconosce a Merkel il fatto di aver visto oltre l'emergenza migranti, a delle linee di fondo che vanno oltre l'emergenza: "l’alto tasso di natalità e la giovanissima età media della popolazione africana, specie nell’area sub-sahariana; la straordinaria ricchezza delle fonti di energia, in particolare quelle rinnovabili, di cui dispone il Continente; la possibilità di attrarre ingenti investimenti privati in Paesi grandi e piccoli dell’intera Africa".

Se si guardano i numeri dei migranti arrivati in Italia nei primi mesi di quest'anno, dei 60 mila giunti in Italia fino a fine maggio quasi 32 mila arrivano da Nigeria, Guinea, Senegal, Gambia, Costa d'Avorio, Marocco e Mali. Ovvero dall'Africa sahariana e subsahariana occidentale. Molti di questi passano per la Libia.

Proprio di Libia e di "Fronte Sud" della Nato parla la terza notizia da La Stampa. Si tratta di una interessante intervista a Claudio Graziano, capo di Stato maggiore della Difesa. Il titolo dell'intervista è "L'Italia sarà regista del piano di difesa nel cuore dell'Africa". Dove il fianco Sud è ormai una entità estesa, ben oltre il Mediterraneo meridionale che si intendeva venti anni fa. Graziano parla di penisola Arabica, Medio Oriente, Sahel, Corno d'Africa. Ovvero Nigeria ma anche Somalia e Kenya, Senegal, Mali, Marocco, Libia...

Che la Nato abbia già offerto il proprio impegno sul "Fianco Sud" non è neppure una notizia. Qualche settimana fa Gentiloni ne parlò con il segretario generale Nato Stoltenberg.

Ma anche Graziano sa che i problemi che l'Africa pone all'Europa non si risolvono solo con i militari: "La fascia del Sahel, che è anche la fascia della povertà, è senza dubbio la nuova frontiera del Fianco Sud. Ma i militari possono essere solo una parte delle risposte. Il processo problematico dell’Africa, probabilmente per colpa dell’Europa, è nato molti anni fa. Che in Africa ci fosse un problema, lo sapevamo. Che ci siano milioni di persone potenzialmente in movimento, sappiamo anche questo".

Le agenzie Onu con regolarità impressionante lanciano allarmi. Le persone che si muovono dai Paesi africani e tentano di arrivare in Europa possono morire in mare, come sappiamo, ma anche morire nel deserto, attraversando il Niger. Oppure finire nelle mani di organizzazioni criminali in Libia, come denunciavano proprio ieri la OIM e l'UNHCR.

Chissà che ad Amburgo l'agenda Africa non cominci ad assumere caratteristiche un po' meno declamatorie. Ma con una consapevolezza di fondo. 


PS
Ci aiuta ancora una volta una dichiarazione presa da La Stampa, in un articolo in cui si parla di una ipotetica "coalizione" Parigi-Roma-Berlino per le politiche sull'immigrazione. Al di là delle chiacchiere colpisce una frase dell'Ambasciatrice tedesca a Roma Susanne Wasum-Rainer: "Dobbiamo abituarci a 15 anni di migrazioni come quelle che stiamo vivendo". 

Appunto: la consapevolezza che non si può pensare di fermare il mare con qualche accordo e qualche decina di militari, e che occorre ragionare sul medio-lungo termine. 

Decoro, zingari, immigrati

C'è qualcosa di disturbante nel ciclico ritorno delle polemiche su temi come il decoro urbano, il valore della sicurezza che la sinistra dovrebbe fare proprio perché sono i poveri a chiederlo, i problemi delle grandi metropoli e dei loro cassonetti assediati da mendicanti e rom.

Forse è il già sentito, perché discorsi di questo tipo si fanno da decenni. Sono cresciuto in una borgata romana dove quelli venuti dalle Marche e dall'Abruzzo che si erano costruiti le loro casette abusive odiavano quelli delle case popolari, bollati come ergastolani e malavitosi. Questi odiavano gli stranieri, specie gli albanesi e i romeni. Questi ultimi odiavano gli zingari.

Oggi è tutto uguale. Se parli con un romeno medio oggi ti parlerà male dei rom, se parli con uno del Pd di periferia ti spiegherà che la sicurezza è importante perché le donne non escono più la sera e ti dirà che ci sono troppi immigrati.

C'è qualcosa di disturbante pure nella irritante filastrocca attribuita per sbaglio a Brecht, quella per cui a un certo punto andavano a prendere lui.

Il ministro Minniti ha raccontato in una intervista che una volta, ad una festa dell'Unità nel bolognese, molti anni fa, andò pronto a scodellare i dati sulla sicurezza e sull'immigrazione per dimostrare al popolo che non c'era nessuna ragione per temere di più, che i dati dicevano il contrario, che la criminalità diminuiva e la sicurezza aumentava.

Minniti ha raccontato che quella esperienza lo ha segnato perché lo riempirono di insulti, spiegandogli che loro avevano paura. E da lì Minniti e molti altri hanno capito che la percezione conta, che non basta illuministicamente andare nelle borgate a raccontare come stanno le cose. Mi disturba molto anche questo mantra perché i numeri sono numeri e la percezione, se percepisce una cazzata, è percezione di una cazzata. I reati non sono aumentati, la violenza nelle metropoli italiane è praticamente zero rispetto a tante altre metropoli europee per non parlare di quelle Usa. Se si sta stretti sugli autobus è perché ci sono pochi autobus, non troppi immigrati. Ché se a Roma che ha milioni di abitanti è un problema qualche migliaio di persone, fossero pure 10 mila, il problema è di Roma, non degli immigrati che ci arrivano.

C'è qualcosa di disturbante in tutte queste chiacchiere perché alla fine il modello per cui uno si sente tranquillo è quello che fa piazza pulita, nelle città, di tutto quello che rovina il quadro.

Gli ambulanti con le loro merci da due lire, le zingare sulla metropolitana, i suonatori di strumenti vari, i lavavetri, i barboni che stanno nelle stazioni, quelli che fanno i loro bisogni in mezzo alla strada, gli ecuadoregni che mangiano a Termini il giovedì, i sudamericani in genere con i loro dialetti, i romeni e gli ucraini che riempiono di beni di prima necessità i furgoncini che partono per i loro Paesi, le badanti ucraine che parlano a voce alta al telefono, i maghrebini che spacciano e rovinano il decoro di Piazza Vittorio a Roma, ché da quando ci abitano attori e vip pare sia diventata il Village. I turisti in ciavatte che si ubriacano a Campo de' Fiori, i ragazzetti che vanno in ciavatte a Ostia, gli universitari che vanno a ubriacarsi al Pigneto rovinando le notti della brava gente che ci abita.

Tutti rovinano il quadro. Hai presente quanto sarebbe bella Roma senza tutta questa gente?

Solo che il modello di città in cui uno si sente tranquillo è quello in cui tutto questo rumore di fondo non c'è, ci sono solo festival in cui le culture si contaminano e sono tutti contenti, negri ricchi che comprano negli orridi outlet, zingari ma solo tipo Bregovic o Kusturica, muniti di appositi strumenti musicali etnici e accompagnati da Moniche Bellucci o russi in vacanza che ogni tanto leggi sul giornale che hanno dato a Marina di Pietrasanta una mancia da 1000 euro.

Per gli altri i fogli di via, come li facevano i carabinieri negli anni 60, quando i cinquantenni poveri arrivavano dalle campagne vicine per lavorare nell'edilizia ma erano spesso alcolizzati e venivano interdetti dal territorio di Roma per giorni 30. Molti si accampavano alle porte di Roma in attesa, e poi rientravano, anche prima dei giorni 30. Penso facciano così anche quelli di oggi.

E penso che sia giusto così, perché c'è parecchio di disturbante nella politica che pensa di risolvere le cose con il decoro, le ripuliture e gli editti. Anche Parigi, Berlino, Londra e New York hanno i loro brutti panorami. Magari sono un po' decentrati, ma non vuol dire che non ci siano, come ormai chiunque sa. E allora? Allora appunto è giusto così e non c'è niente da dire,
E la grande polemica su una cosetta civile come lo ius soli la dice lunga su quel che giornali e tv sanno del mondo in cui vivono.

sabato 20 maggio 2017

Cooperazione, sviluppo, migrazioni: 224 mila euro a Palau?

"È peraltro evidente come le problematiche che affliggono la regione rilevino dal punto di vista geopolitico e della sicurezza: i flussi migratori in uscita, il terrorismo e i traffici illeciti contribuiscono a determinare un interesse comune alla promozione di uno sviluppo sostenibile che favorisca la stabilizzazione della regione, oltre che al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Il complesso delle recenti crisi, compresa l’emergenza del 2014 legata all’epidemia di Ebola, sviluppatasi in tre stati dell’Africa occidentale, ha determinato una situazione di potenziale regresso riguardo ai risultati precedentemente raggiunti rispetto ad alcuni degli stessi Obiettivi del Millennio".

Si leggono queste parole nel documento sul prossimo triennio di cooperazione allo sviluppo dell'Italia, documento in queste settimane all'esame della Camera dei Deputati. Nel documento viene spiegato come l'Italia userà le risorse per l'aiuto allo sviluppo.

Il paragrafo che abbiamo citato è relativo alla parte sull'Africa sub-sahariana, quella da cui vengono appunto molti dei migranti degli ultimi mesi. Saggiamente, sembra di capire, si dice: gli aiuti allo sviluppo serviranno anche per governare - non solo con militari e guardie costiere libiche - il flusso di migranti che arriva in Europa.

Fino ad ora come abbiamo "governato"?

L'Agenzia per la cooperazione allo sviluppo da qualche anno si è meritoriamente dotata di uno strumento facile che consente di vedere come vengono utilizzati questi soldi in giro per il mondo.

E andando a vedere i dati si capisce che la frase con cui abbiamo iniziato non è molto coerente con l'utilizzo delle risorse che - come d'altra parte si dice in diverse parti di quel documento - sono più spesso utilizzate tenendo conto della tradizione, dei rapporti consolidati, della "geopolitica", che non si sa bene cosa sia.

Per esempio nel 2015 i fondi complessivi impegnati per la Palestina sono stati oltre 50 milioni di euro, quelli effettivamente erogati quasi 29 milioni. Per poco più di 4 milioni di persone. Gli ultimi palestinesi arrivati in Italia poi risalgono forse agli anni '80, se si escludono quelli provenienti dalla Siria, che però non risiedono certo nei Territori Palestinesi detti Palestina.

Per il Nicaragua, meno di sei milioni di abitanti, sono stati impegnati oltre 7 milioni di euro.

Vanno benissimo, per carità. Il Nicaragua e la Palestina sono due posti mitici della mia giovinezza, ben prima che nascesse Di Battista. Però, per esempio, ci sarebbero altri Paesi forse più cruciali per "le problematiche", come dice il passaggio citato all'inizio.

Per la Nigeria, quasi 180 milioni di abitanti, i soldi impegnati ed erogati sono meno di 650 mila euro.

Per il Ghana non si superano i 4 milioni e mezzo di euro. In compenso per la Somalia i fondi complessivi impegnati superano i 16 milioni di euro.

A Palau, non il paese della Sardegna ma le isole dell'Oceania, arrivano oltre 224 mila euro per una cosa definita "multisettoriale/trasversale" nel sito dell'Agenzia. Palau?

E' un quarto quel che l'Italia destina alla Costa d'Avorio, che però ha 19 milioni di abitanti. Contro i 20 mila, forse, dell'isoletta della Micronesia. Che ci faranno con i nostri 224 mila euro?

Sicuramente il Senegal (ma anche qui probabilmente c'entra la tradizione) è messo meglio (25 milioni di euro impegnati) ma il Niger (poco più di 3 milioni) o il Ciad (meno di un milione) sono Paesi che il nostro ministro dell'Interno incontra, cui promette droni e jeep per "bloccare la rotta sud". Come se bastassero quattro camionette e qualche centinaio di militari che "istruisce" i locali.

La relatrice di questo documento alla Camera è una parlamentare del Pd, Lia Quartapelle, che sicuramente conosce bene l'Africa e che sicuramente capisce che il tema della cooperazione allo sviluppo non può riassumersi in una serie di piccole mance elargite a pioggia. 
L'elenco dei fondi stanziati voce per voce, contenuto nella Relazione 2015, dà un po' questa impressione.

Sarebbe bello leggere dai resoconti del dibattito in Parlamento la eco di una qualche consapevolezza al riguardo. E magari lo sforzo di andare oltre "le problematiche", quando si affrontano i problemi.


giovedì 27 aprile 2017

Il parlare a vanvera sui migranti. Non serve il fact checking, serve il ragionare

Le Ong che lavorerebbero forse in combutta coi famosi trafficanti di uomini per finalità oscure, che potrebbero arrivare  all'intento di "destabilizzare l'economia italiana per trarne dei vantaggi". L'autore di questa analisi sociologica-criminologica è un magistrato, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Non è che abbia delle vere e proprie notizie di reato. Ha delle "evidenze", dice lui, che vuol dire tutto e non vuol dire niente.

Uno che ragiona - a parte la moda tanto in voga di fare il fact checking, che aiuta ma alla fine non dice molto di più, e rischia anche di rendere ancora più incomprensibili i fatti, come è il caso di questo articolo di Repubblica, che ipotizza informazioni dei "servizi segreti" e parla di donazioni "molto consistenti" per alcune Ong - dovrebbe riflettere sulle ipotesi che si fanno e chiedersi se hanno senso. Non serve il fact checking. Serve il ragionare, come diceva un personaggio di Sciascia.

Lo schema sarebbe che i "trafficanti di uomini" prendono - immagino con la forza - migliaia di poveri disperati arrivati in Libia, li radunano nei pressi di una spiaggia, li costringono con la forza a salire su dei gommoni, chiamano le Ong complici che precedentemente hanno pure finanziato e li scortano fino all'arrivo delle Ong.

Perché lo farebbero? Se anche non finanziassero e non chiamassero le Ong, queste salverebbero lo stesso i poveri disperati. E perché quei poveracci sono arrivati in Libia? Vittima anche loro di fake news, immagino pensino i nostri fact checker.

Probabilmente quel che accade è che i poveri disperati viaggiano per settimane fino alla Libia perché sanno che da lì si parte. Lì quasi sempre vengono ammassati in posti nei pressi dei porti di partenza da persone poco raccomandabili cui tuttavia essi si affidano come noi ci affideremmo a una hostess di Alitalia.

Rimangono lì dei giorni, delle settimane o dei mesi. Pagano il loro viaggio ai "trafficanti di uomini" perché vogliono partire, perché è mille volte meglio per loro rispetto a quello che hanno passato e che passano.

I trafficanti di uomini li scortano vicino alle navi delle Ong o a quelle della Marina Italiana o a quelle di Frontex che li raccolgono e li portano in Italia o comunque in Europa. Nessuno li forza a partire e questo dovrebbe indurre anche la mia categoria a finirla di parlare di "trafficanti di uomini", perché questo si intende per trafficati di uomini: gente che costringe altra gente a partire contro la propria volontà.

Gli scafisti fanno un mestiere infame ma è un mestiere che consente a migliaia di poveracci di arrivare in Italia. Non c'è un altro modo per loro. Non è che possono prendere l'aereo, nemmeno li farebbero decollare. E' chiaro a tutti questo?

Magari, dico io, le navi delle Ong partissero direttamente da Sabrata: i poveracci risparmierebbero i soldi - tanti - che pagano e rischierebbero di meno. Io farei così, dipendesse da me.
Ma Zuccaro come la vede? E i miei colleghi?

Se io lavorassi su una di quelle navi darei il mio numero di cellulare a tutti quelli che me lo chiedono, perché lo passino a quelli che si stanno per imbarcare, perché vorrei che se qualcuno ha bisogno di aiuto mi possa chiamare, visto che tanto sono in mare per raccoglierli.
Se anche qualche migrante o trafficante ha telefonato a qualche Ong per dire veniteci a prendere, cosa ci sarebbe di male? Non dovevano andare?

E' il piano per destabilizzare la nostra economia che fa ridere, che non ha senso, che può essere solo l'idea balzana di uno che non sa come spiegarsi fatti che sono facili da spiegare, senza bisogno di fare il fact checking: se vengo dalla Nigeria, dal Sudan, dalla Siria, dal Gambia, dall'Eritrea, se ho fatto migliaia di chilometri per arrivare in Libia perché so che lì non c'è uno Stato e non rischio di essere messo in gabbia da Gheddafi, se i porti sono in mano a gente che organizza viaggi, se ho messo da parte qualche migliaio di dollari allora io parto e ci provo, perché tanto non ho niente da perdere.

Come si può immaginare che un flusso di gente così ampio possa essere organizzato da qualche entità per "destabilizzare la nostra economia"? Ma davvero?

A queste persone, a questi poveri disperati, non puoi opporre le parole a vanvera:  o gli spari o continueranno a venire e un Paese civile deve organizzarsi per accoglierli, e anche fare in modo che dai loro Paesi decidano di non partire, magari investendo, magari destinando risorse. Certo non annunciando accordi con il governo libico che la prima cosa che uno si chiede è: quale dei 24 governi libici? E nemmeno facendoli con governi veri, perché quelli che dicono che con Gheddafi le cose funzionavano a meraviglia dimenticano che i migranti arrivavano in Libia pure con Gheddafi, partivano anche allora da lì, solo che ogni tanto qualche migliaio veniva messo a marcire per qualche mese nelle galere del compianto. O lasciato morire.

Comunque io sono per non sparargli.

Loro comunque, arrivati da noi, nella gran parte dei casi proveranno sempre ad andare più a Nord, perché tra Castelvolturno e Malmoe pure loro sanno che è meglio Malmoe. Freddo a parte.

sabato 22 aprile 2017

I soldi per i migranti: qualche cifra

Scrissi di questo argomento un paio d'anni fa. L'Italia chiedeva all'Europa di essere comprensiva per via delle spese sostenute per i migranti. Io tentai, in modo forse approssimativo, di esaminare bene i numeri per contestare la cifra di 3,6 miliardi di euro inserita nella legge Finanziaria. Mi sembrava un po' altina.

Non mi si è filato nessuno, segno che probabilmente avevo scritto sciocchezze.

Nel frattempo il tema "gestione dei migranti" ha continuato a tenere banco e le cifre hanno continuato a salire. Fino alle ultime che superano di gran lunga quelle di due anni fa. In questi due anni è diventato molto di moda parlare di fact checking.

Non che io mi sia rassegnato. Qualche tempo fa, parlando con un importante funzionario della Farnesina, gli dissi quel che avevo scritto nel mio post. Lui mi disse che la cifra di 3,6 miliardi era campata in aria, inverosimile, e che a Bruxelles in casi come questi fanno finta di credere alla veridicità delle cifre fornite dal governo italiano.
Convenimmo che in fondo, come si dice, la questione è "politica" e che le cifre sono quel che sono. Contano e non contano quando c'è una trattativa.

Dicevo che le cifre sono aumentate ancora. Il Documento di economia e finanza lo dice chiaramente, fornendo poi grafici e tabelle. Le parole di Padoan sono queste:

Il deciso incremento dei flussi e delle presenze a fine 2016 si riflette nei dati oggi disponibili, che aggiornano al rialzo le stime presentate nel Documento Programmatico di Bilancio20. In base ai dati attuali, le operazioni di soccorso, assistenza sanitaria, alloggio e istruzione per i minori non accompagnati sono, al netto dei contributi dell'UE, pari a 3,6 miliardi (0,22 per cento del PIL) nel 2016 e previste pari a 4,2 miliardi (0,25 per cento del PIL) nel 2017, in uno scenario stazionario. Se l'afflusso di persone dovesse continuare a crescere la spesa potrebbe salire nel 2017 fino a 4,6 miliardi (0,27 per cento del PIL). 
Fino allo 0,27 del PIL, dice Padoan.

La notizia ovviamente è circolata nei giorni scorsi, con inevitabile seguito di polemiche da parte di quelli che dicono che i migranti costano troppo.  Per esempio Giorgia Meloni, che non ha mancato di gridare che quei soldi devono andare alle famiglie italiane.

Se uno fa una semplice divisione, 4,6 miliardi diviso, per stare molto larghi, 200 mila persone, otteniamo oltre 23 mila euro a persona all'anno. Ogni immigrato costerebbe tanto all'Italia?
Non sarà un po' tantino?

La spesa è composta da varie voci. Ci sono le operazioni di soccorso, l'assistenza sanitaria (solo d'emergenza, è bene ricordarlo), l'istruzione (ovviamente solo per i minori), l'alloggio.

La rete di assistenza del ministero dell'Interno, attraverso gli enti locali, si chiama Sprar e ogni mese pubblica i suoi numeri. In questo momento poco più di 25 mila persone sono inserite in progetti Sprar. La spesa è inferiore ai 500 milioni di Euro per un anno. Ci sono poi le strutture temporanee di accoglienza e quelle che il ministro Minniti vuole mettere in tutte le regioni. Il costo di queste strutture fino a l'anno scorso era inferiore al miliardo di euro. Vogliamo fare 1 miliardo e mezzo? E arriviamo a due miliardi.

Ma, direte voi, c'è il soccorso in mare e l'istruzione!
Beh, allora guardate la tavola che il Ministero dell'Economia ha inserito nel Def per illustrare la spesa per la gestione dei migranti. I numeri sono le percentuali di spesa per ogni componente: soccorso, accoglienza, sanità e istruzione.



Come è facile vedere, la spesa per accoglienza è ben oltre la metà del totale. Detto in altro modo: se è 2 miliardi il totale della spesa per l'accoglienza, il totale delle altre due voci non può superare il miliardo e 200 milioni. Anche perché le operazioni in mare negli ultimi mesi sono state fatte anche da Ong varie, dunque sicuramente con meno oneri per lo Stato.

E poi perché a scuola i numeri non sembrano essere molto diversi da quelli dell'anno scorso: i minori nelle scuole sono aumentati soprattutto nello scuole secondarie di secondo grado e le comunità maggiori sono le stesse di qualche anno fa: romeni, cinesi, marocchini, albanesi, filippini, indiani, moldavi, ucraini, peruviani. I nigeriani, per dire, sono meno del 2 per cento degli studenti stranieri. Dalla Costa d'Avorio lo 0,6 per cento, dal Pakistan il 2,3.

E' anche facile notare come la percentuale di spesa per l'accoglienza abbia subito degli innalzamenti netti: dal 50 per cento del 2014 al 58 l'anno dopo al 68 per cento nel 2017. L'impressione è che siano numeri messi a caso. Ma sicuramente non sarà così.

Infine, Padoan nel Def cita il Fondo Monetario Internazionale che in uno studio afferma che i migranti costano all'Italia anche più dello 0,27 per cento del Pil. Dice il MInistro: lo dice pure il FMI.
Immagino che si riferisca a questo paper. Che si basa sui numeri forniti dalle autorità nazionali, però. Ovvero dal Ministero dell'Economia.
Che i numeri forniti dalle autorità nazionali siano un po' ballerini lo si capisce anche dalla tabella qui sotto, dallo stesso paper.

Secondo queste stime avremmo speso rispetto al Pil, nel 2015, quanto la Germania, che nel 2015 ha accolto oltre 1 milione di richiedenti asilo. Sempre per ricordare che noi stiamo a lamentarci per 8000 arrivati in tre giorni in Sicilia.