Ricorre il 19 marzo l'anniversario dell'omicidio di Marco Biagi, un giurista del lavoro che andava in giro in bicicletta e che scendendo da una bicicletta fu ammazzato a Bologna da una delle ultime propaggini delle Brigate Rosse.
Quindici anni fa.
Biagi era stato l'autore di un Libro Bianco sul lavoro che costituì l'ossatura della riforma del mercato del lavoro varata dal governo Berlusconi - ministro del lavoro era Maroni - nel 2003.
Biagi era di cultura socialista ed aveva collaborato con il governo Prodi in una prima fase. Poi era stato chiamato da Prodi a Bruxelles come consulente quando il professore bolognese divenne presidente della Commissione europea.
Ad un convegno all'Unione Industriale di Torino c'era Biagi e c'era Sergio Cofferati. Cofferati disse che bastava accostare il Libro Bianco di Biagi alle tesi della Confindustria sul lavoro per capire che c'era "frequentazione", che le tesi erano le stesse.
Qui c'è la registrazione dell'incontro, Cofferati lo dice chiaramente. D'altra parte quel libro aveva la prefazione di Maroni, era a tutti gli effetti un documento governativo.
Se vi interessa, direttore generale di Confindustria era Stefano Parisi, tra l'altro.
In realtà quel Libro Bianco andrebbe riletto oggi, 15 anni dopo la morte di Biagi e 17 anni dopo la sua realizzazione. Ancora oggi ci spiega perché in Italia c'è il più alto tasso di disoccupazione più alto d'Europa.
Ci si troverebbero cose sorprendenti oltre al rigore analitico e all'attenzione verso i modelli di welfare di altri Paesi europei che prima di noi avevano provato a rispondere ad alcuni problemi del mercato del lavoro.
Ma, a proposito di voucher, vale la pena di rileggere quel che suggeriva Biagi.
"Assai interessante è ad esempio il caso spagnolo dove sono in corso di
sperimentazione i “contratti a costo zero”. Allorché occorra sostituire una
dipendente in permesso di maternità, viene consentito al datore che assuma una
disoccupata di essere esentato dal pagamento degli oneri previdenziali. Una
misura sicuramente convincente soprattutto per le unità aziendali di piccole e
piccolissime dimensioni. Anche l’esperienza belga del “lavoro accessorio” è
sorretta dalla medesima finalità di favorire la riemersione. Si tratta di attività
varie (assistenza familiare e domestica, aiuto alle persone ammalate o con
handicap, sorveglianza dei bambini, insegnamento supplementare, piccoli lavori
di giardinaggio, collaborazione a manifestazioni sociali, caritatevoli, sportive,
culturali). Tali attività vengono svolte a beneficio di famiglie, società senza
scopo di lucro ed enti pubblici da soggetti quali disoccupati di lunga durata,
casalinghe, studenti, pensionati. Fulcro dell’esperimento è costituito
dall’utilizzazione di “buoni” in alternativa ai pagamenti diretti, per semplificare
il processo e, nel contempo, certificare le prestazioni".
Era tutta qui, l'idea dei voucher. Favorire la riemersione di una serie di lavori che si fanno e non sono regolari.
Io immagino che anche Susanna Camusso, anche un parlamentare come Nicola Fratoianni che diceva che i voucher erano diventati la "legalizzazione di un'altra forma di schiavitù", anche un qualsiasi deputato del partito uscito dal Pd che non si chiama Arturo, insomma chiunque abbia o abbia avuto a che fare con una studentessa che dà ripetizioni, con la ricerca del sostituto del colf filippino o della badante ucraina che torna a casa per un mese, con la ricerca di un infermiere per venire ad assistere la mamma o la nonna malata.
E mi sono stupito di quella percentuale - 3 per cento - di utilizzo dei voucher da parte delle famiglie fornita dal presidente Inps Boeri. Considerando che peso ha nel nostro Paese il lavoro di cura.
E comunque come pensano di pagarli, questi lavori, ora? Sicuramente senza copertura per gli infortuni e quota di contributi previdenziali, per quanto miserabile. Sicuramente al nero, come si era sempre fatto prima dei voucher.
I voucher e il lavoro accessorio regolare nacquero con Biagi, e fino a qualche anno fa i voucher venivano utilizzati così: per il giardiniere, il cameriere occasionale, le ripetizioni, la baby sitter, la sostituzione di una colf malata. Da quegli italiani che volevano fare le cose in regola. Non moltissimi, fino a qualche anno fa.
Poi certo l'abolizione dei limiti di utilizzo ha determinato il boom e allora la Cgil se ne è accorta ed ha deciso di chiederne la cancellazione.
E il governo Gentiloni, fatto dagli stessi ministri che prima ne avevano liberalizzato l'utilizzo e poi si erano ripromessi di "controllarne gli abusi" annunciando sistemi di erogazione e utilizzo che c'erano pure prima, ha deciso di cancellare i voucher per evitare il referendum.
Triste storia e triste omaggio a Biagi.
Quanto al lavoro accessorio, sostitute di badanti, colf, baby sitter e studentesse continueranno come prima, solo che non sarà più regolare.
sabato 18 marzo 2017
sabato 27 agosto 2016
Per fare il cemento armato ci vuole cemento, sabbia, pietrisco, ghiaia
Nei giorni scorsi molti di
voi avranno letto – sui giornali o ancora più probabilmente sui
social network – una frase attribuita ad un personaggio autorevole,
un magistrato, e non un magistrato qualsiasi ma un Procuratore della
Repubblica. Quello di Rieti.
Il dottor Giuseppe Saieva – scriveva il quotidiano LaRepubblica – rivolgeva una pesante accusa a chi aveva costruito un
palazzo crollato ad Amatrice. Un palazzo in cui, diceva, “devo
pensare che sia stato costruito al risparmio, utilizzando più sabbia
che cemento”.
Ora, visto che la frase è
rimbalzata ovunque ed ha dato spunto ad indignate riflessioni di
giornalisti ed opinionisti che evidentemente non hanno idea di come
funzioni l'attività in un cantiere, che la sabbia sia di più del
cemento è assolutamente normale. Quando si voglia impastare una
malta o calcestruzzo armato, infatti, il rapporto tra cemento e
sabbia, ghiaia e pietrisco, se proprio vogliamo fare un bel cemento
armato, è di uno a tre. Per esempio: 400 kg di cemento a fronte di
0,4 metri cubi di sabbia, di ghiaia e di pietrisco. 0,4 metri cubi di
sabbia pesano circa 800 chili.
Ma siamo certi che anche
questa breve lezioncina su come si impasta il cemento non basterà.
Forse – come pure abbiamo letto e condiviso su Twitter – servirebbe che i
giornalisti e gli opinionisti esperissero l'esperienza di un anno di
cantiere prima di parlare di cose che non conoscono.
per una buona malta: 1 parte cemento, 4 sabbia, 1 acqua, poi leggi i titoli "più sabbia che cemento" e invochi un anno di cantiere per tutti
— Dipendente Rai (@DipendenteRai) August 27, 2016
Ma non è neppure questo il punto.
Il punto è che il dottor Saieva, dopo che le sue dichiarazioni hanno
cominciato a circolare, ha fatto un chiarimento. Deve essersi spaventato. Ed ha detto intanto
che la frase sul palazzo con più sabbia che cemento era
“una frase estrapolata da una considerazione che facevamo in modo assolutamente generale con riferimento alla possibilità che parte di un edificio possa crollare e parte no. Dico: mah, può dipendere un po' da tutto, dal fatto che magari in quel caso la malta sia più carica di sabbia che di cemento”, insomma “era semplicemente una considerazione assolutamente non dico salottiera ma giù di lì”.
Insomma, dice Saieva, io
non ho accertato nulla. E infatti spiega:
“Non abbiamo nessun dato investigativo certo”.
E ancora:
"Acquisiremo tutti gli spunti investigativi che ci verranno dati sia dalla polizia giudiziaria che anche dai media, perché è tutto utilizzabile".
E ribadisce il
concetto:
"Non abbiamo nessun dato investigativo certo e addirittura ci basiamo al momento sui media. Le nostre forze di polizia giudiziaria sono tutte impegnate nelle attività oppure in attività di coordinamento, non possiamo neppure distoglierla per acquisizioni che si possono fare in un secondo momento".
Ora, se l'italiano ha un
senso, Saieva ci dice che per ora non ha elementi. Che li sta
acquisendo. Che si basa anche su quello che si legge sui giornali. E
uno si chiede: ma tutti gli articoli che prendevano spunto dalle
dichiarazioni “salottiere” di Saieva? Alla fine i carabinieri acquisiranno
pure quelli?
sabato 13 agosto 2016
Sirte, Isis e barconi: ma di quale allarme state parlando?
Ho sentito e risentito l'intervista alpresidente del Copasir Giacomo Stucchi su RaiNews24 per cercare di cogliere
l'allarme che avrebbe lanciato. Almeno stando ai titoli di gran parte
di giornali, agenzie, siti di informazione. E invece ho sentito toni
molto bassi.
Stucchi è un esponente della Lega che da presidente di
quell'importante organismo ha imparato a parlare senza dire
sciocchezze come fanno alcuni suoi colleghi di partito.
Ebbene, anche in questa circostanza cerca di farlo.
Per
esempio ridimensionando le domande un po' azzardate. La giornalista
di Rai News 24 gli chiede se è “una realtà concreta” che
possibili terroristi arrivino in Italia con i barconi. Lui risponde: no, non è una
realtà concreta, è una possibilità. Visto che da Sirte l'Isis sta
scappando, è possibile che quelli che scappano “potrebbero anche
considerare” la via del mare, i barconi verso l'Europa, “è una
possibilità, non una certezza”. Stucchi fa di più: dice che mentre qualche tempo fa questa possibilità era del tutto esclusa perché non aveva senso che l'Isis mandasse un miliziano addestrato e pronto alla guerra santa a rischiare di affondare al largo di Lampedusa, ora - con il casino che c'è in Libia - magari potrebbero scappare in questo modo. Una fuga, più che una strategia del terrore.
Dice: ma ci sono le temibili
scritte contro Roma sui muri di Sirte. E Stucchi pazientemente
ricorda che se è per questo ogni mese sulla rivista in inglese di
Daesh-Isis ci sono le stesse minacce, si sono viste le immagine
photoshoppate di San Pietro con la bandiera nera, c'è la minaccia ai
cristiani e ai crociati eccetera. Però, dice Stucchi, “io non vi
leggo un riferimento diretto a Roma ma alle comunità occidentali e
alla cristianità in generale”.
E d'altra parte attentati ci sono
stati ovunque, a Parigi, a Nizza, a Bruxelles, in Germania. In Italia
a parte un pazzo armato di machete nelle strade di Milano che non era
dell'Isis, non si sono visti attentati. Ma potrebbero esserci.
Dice: ma le notizie sul passaggio di
infiltrati jihadisti tra i profughi? Stucchi sempre paziente risponde
che occorre contestualizzare, “se ci sono stati passaggi” di
potenziali miliziani dell'Isis “non vuol dire che siano ancora
presenti” e comunque “non ci sono allarmi puntuali su obiettivi
precisi” per l'Italia. Non vuol dire, ovviamente, che l'Italia sia
al sicuro.
Stucchi probabilmente avrebbe voluto dire alla giornalista
che finora gli attentati in Europa li hanno fatti tutti militanti
islamici residenti in Europa, non provenienti dalla Siria in guerra.
E – a giudizio di chi scrive – ai libici o non libici che stavano
a Sirte dell'Italia non importa molto.
Ma ormai il circo è partito e
domani leggeremo sui giornali dell'allarme che viene da Sirte via
barcone. Forse sul barcone, ma verso Sirte, bisognerebbe mandarci mezza stampa italiana.
domenica 15 maggio 2016
Carofiglio, gli indifferenti e la sinistra
Oggi il quotidiano britannico The Guardian pubblica un intervento di Gianrico Carofiglio nell'ambito di un ciclo di riflessioni titolate "Voci d'Europa" e dedicato appunto all'Europa. Carofiglio, da scrittore, gioca sulle parole "differenza-indifferenza" e cita all'inizio del suo articolo la vicenda di Giulio Regeni, ricordando quella bella definizione - "giovane contemporaneo" - che la madre ha usato per descriverlo. Lo studente che ha girato l'Europa, ha imparato le lingue, ha cercato di studiare conoscendo altre culture e altri popoli, nell'Europa unita e differente.
Poi, per parlare di quanto sia pericolosa l'indifferenza, Carofiglio passa a citare un brano di Antonio Gramsci che viene usato ormai come vengono usate le frasi dei baci perugina. Si chiama "odio gli indifferenti" e certamente molti lo avranno letto su un muro o su un volantino, se i volantini esistono ancora. Io ce l'avevo attaccato nella sede del collettivo di sinistra che frequentavo negli anni '80. Sennò lo avrete sicuramente letto su Facebook, sotto qualche gattino.
Carofiglio spiega che il pezzo viene da una rivista che si chiama La città futura e che Gramsci giovane socialista compose quasi da solo nel febbraio del 1917. La guerra stava per finire, il futuro leader politico individuava uno strumento di formazione dei giovani, uno strumento di propaganda.
Internet consente anche di leggere integralmente quel numero (La città futura uscì solo in quel numero). Se perderete qualche minuto di tempo leggerete un testo utile anche a comprendere cosa pensava il giovane socialista Gramsci. Scoprirete che invitava ad iscriversi al "Fascio socialista giovanile" più vicino a casa, perché i fasci non erano ancora i "fasci". Ma sopratutto leggerete - perché praticamente tutto quel numero fu scritto da Gramsci, che non era proprio un ragazzino, aveva 26 anni - le parole di un socialista ancora idealista. Il brano contro gli indifferenti reca un tributo a Federico Hebbel, ovvero un romantico tedesco con una visione non particolarmente allegra della vita che peraltro terminò la sua vita a destra, diremmo oggi. Leggerete un giudizio su Croce come "il più grande pensatore d'Europa in questo momento". Insomma: lo stesso Gramsci, anni dopo, dirà che quando scrisse La città futura era ancora decisamente un idealista crociano più che il capo politico che sarebbe diventato qualche anno dopo, quando fondò il Partito Comunista. Era ancora politicamente acerbo, si può dire?
La mia opinione insomma è che quel brano è uguale a decine di altre riflessioni sul valore e l'importanza di prendere parte contro chi non prende parte. Ma non c'è bisogno di un pensierino di Gramsci: prima di lui ci sono stati Leopardi, Manzoni, Dante che hanno scritto cose anche molto più efficaci, più cattive e più divertenti di quelle due paginette, molto più belle, molto meno vaghe. E anche dopo. Gramsci ha scritto tante cose migliori, più interessanti. Uno scrittore come Carofiglio lo saprà di sicuro. E comunque anche sul concetto che uno che si impegna in una parte, in qualsiasi parte, è migliore di uno che non si impegna ci sarebbero tante cose da dire. Comunque si può anche capire che un giovane militante lo scriva, per convincere i giovani ad iscriversi, come un giovane capo scrive un volantino. Ma insomma, non era davvero niente di rivoluzionario. Erano cose già parecchio vecchie nel 1917, e oggi suonano decisamente stantie.
Poi, per parlare di quanto sia pericolosa l'indifferenza, Carofiglio passa a citare un brano di Antonio Gramsci che viene usato ormai come vengono usate le frasi dei baci perugina. Si chiama "odio gli indifferenti" e certamente molti lo avranno letto su un muro o su un volantino, se i volantini esistono ancora. Io ce l'avevo attaccato nella sede del collettivo di sinistra che frequentavo negli anni '80. Sennò lo avrete sicuramente letto su Facebook, sotto qualche gattino.
Carofiglio spiega che il pezzo viene da una rivista che si chiama La città futura e che Gramsci giovane socialista compose quasi da solo nel febbraio del 1917. La guerra stava per finire, il futuro leader politico individuava uno strumento di formazione dei giovani, uno strumento di propaganda.
Internet consente anche di leggere integralmente quel numero (La città futura uscì solo in quel numero). Se perderete qualche minuto di tempo leggerete un testo utile anche a comprendere cosa pensava il giovane socialista Gramsci. Scoprirete che invitava ad iscriversi al "Fascio socialista giovanile" più vicino a casa, perché i fasci non erano ancora i "fasci". Ma sopratutto leggerete - perché praticamente tutto quel numero fu scritto da Gramsci, che non era proprio un ragazzino, aveva 26 anni - le parole di un socialista ancora idealista. Il brano contro gli indifferenti reca un tributo a Federico Hebbel, ovvero un romantico tedesco con una visione non particolarmente allegra della vita che peraltro terminò la sua vita a destra, diremmo oggi. Leggerete un giudizio su Croce come "il più grande pensatore d'Europa in questo momento". Insomma: lo stesso Gramsci, anni dopo, dirà che quando scrisse La città futura era ancora decisamente un idealista crociano più che il capo politico che sarebbe diventato qualche anno dopo, quando fondò il Partito Comunista. Era ancora politicamente acerbo, si può dire?
La mia opinione insomma è che quel brano è uguale a decine di altre riflessioni sul valore e l'importanza di prendere parte contro chi non prende parte. Ma non c'è bisogno di un pensierino di Gramsci: prima di lui ci sono stati Leopardi, Manzoni, Dante che hanno scritto cose anche molto più efficaci, più cattive e più divertenti di quelle due paginette, molto più belle, molto meno vaghe. E anche dopo. Gramsci ha scritto tante cose migliori, più interessanti. Uno scrittore come Carofiglio lo saprà di sicuro. E comunque anche sul concetto che uno che si impegna in una parte, in qualsiasi parte, è migliore di uno che non si impegna ci sarebbero tante cose da dire. Comunque si può anche capire che un giovane militante lo scriva, per convincere i giovani ad iscriversi, come un giovane capo scrive un volantino. Ma insomma, non era davvero niente di rivoluzionario. Erano cose già parecchio vecchie nel 1917, e oggi suonano decisamente stantie.
martedì 12 aprile 2016
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