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martedì 10 gennaio 2012

Quale uscita dalla crisi - La politica

La crisi economica in cui siamo immersi è iniziata a fine 2007 - Leggere questo giro di opinioni, che risalgono ad oltre 2 anni fa, può essere utile.

Uno dei dibattiti in corso tra i grandi guru dell'economia verte sulla seguente questione: la crisi avrà una forma a “U” o avrà una forma a “L”? Se sarà a “U”, dopo la caduta ci sarà una rapida e forte ripartenza verso l'alto. Ma se sciaguratamente dovesse essere a “L”, ci aspettano anni di piatta malinconia. Chi ha ragione? Gli ottimisti o i pessimisti? La lezione che viene dalle precedenti crisi (per lo più a “U”) o la recente, triste esperienza giapponese (a “L”)?
Nell'incertezza, abbiamo pensato di rendere un servizio ai nostri lettori suggerendo un pacchetto di idee (e ideuzze) che – comunque andrà – possono sempre tornare utili. Piccoli accorgimenti per risparmiare qualcosa, senza rinunciare ai nostri stili di vita: nel lavoro, nei viaggi, nell'alimentazione, nei trasporti, nel nostro tempo libero...Con un convincimento da miniaturisti: è nel piccolo che talvolta si nasconde la grandezza.

(Giuseppe Di Piazza sul Corriere Magazine del 2/4/2009)

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Uno spinello contro la crisi. Legalizzato e tassato potrebbe risanare il deficit.
...il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha aperto un dibattito sulla legalizzazione e soprattutto sulla tassazione della marijuana: lasciando intendere che potrebbe essere un modo per tamponare lo spaventoso deficit del bilancio statale. Insomma, dopo tanti anni di guerra contro tutte le droghe, pesanti e leggere, gli Stati Uniti appaiono pronti a una riflessione critica, e magari anche a un cambiamento di rotta...
...il presidente ha altro a cui pensare (e non vuole prestare il fianco a nuovi attacchi della destra). Ma non c'è dubbio che il suo arrivo alla casa Bianca abbia dato coraggio a quanti si battono da tempo per la depenalizzazione delle droghe leggere...
A favorire il ripensamento negli States sono anche le violenze dei narcotrafficanti e le difficoltà dei conti pubblici. Da un lato la legalizzazione della marijuana frenerebbe gli astronomici guadagni dei cartelli, che oggi seminano il terrore in Messico. Da un altro, secondo uno studio di Jeffrey Miron, professore di economia all'università di Harvard, un nuovo corso porterebbe a un risparmio di 13 miliardi di dollari all'anno in spese di polizia e giudiziarie (40 per cento degli arresti sono per droghe leggere), e al tempo stesso farebbe incassare 7 miliardi all'anno di tasse. Altre ricerche forniscono un quadro ancora più allettante: c'è chi ipotizza un introito fiscale di 200 miliardi, sufficiente per finanziare la riforma sanitaria...

(Arturo Zampaglione sul supplemento “Affari & Finanza” di Repubblica del 22/6/2009)

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Questa crisi non è la manifestazione di un'ordinaria turbolenza quanto piuttosto un terremoto imprevisto dai governi e dai principali attori dell'economia e dalle conseguenze ancora largamente imprevedibili...non ha nulla che faccia pensare solo a un avvallamento temporaneo terminato il quale si tornerà ai livelli previsti. Il suo carattere strutturale ha fatto sì che, esplosa nella dimensione finanziaria, essa ha immediatamente e direttamente investito, con un'imponente massa d'urto, l'economia e la società in tutte le sue articolazioni.
Il suo carattere globale è stato messo in evidenza da come la crisi ha investito il mondo intero. Né si può trascurare che la crisi si manifesta, anche nei paesi a più alto tasso di sviluppo, all'interno di una coesione sociale già largamente compromessa...Parlare in queste condizioni, alla stessa stregua, della crisi come rischio e come opportunità diventa tutt'altro che innocente.
Per trasformare questa crisi in opportunità ci vorrebbero tante cose che oggi non ci sono, a partire dalla politica... il mercato chiede soccorso alla politica. L'ordine di grandezza dell'intervento pubblico è sconvolgente. L'intervento dello stato configura delle nazionalizzazioni di fatto in gangli strategici delle economie. Eppure non è il ritorno al keynesismo dei “30 anni gloriosi”, né, tanto meno, la prefigurazione di un'uscita della crisi verso un modello economico e sociale diverso...
La discussione su quale modello economico vada perseguito è il centro reale della contesa in questa crisi. Se la politica non lo vede, si condanna all'inutilità. La spesa pubblica è una necessità, ma quel che incide nella direzione di marcia è a cosa viene finalizzata, se o non si accompagna a una riqualificazione produttiva, a una conversione della produzione, dei servizi e della composizione dei consumi. L'intervento pubblico per salvare le banche e le imprese strategiche è una necessità, ma decide la sua natura la strada che intraprende, se cioè, contemporaneamente si modificano o no gli assetti proprietari; se s'introducono forme inedite di democratizzazione dell'economia.
Il rafforzamento e la generalizzazione degli ammortizzatori sociali vanno bene, ma decide della qualità dell'intervento pubblico su questo terreno il non lasciare mano libera sui licenziamenti, come una significativa redistribuzione a favore dei bassi redditi, come la restituzione ai lavoratori di un reale potere di contrattazione e di controllo sull'organizzazione del lavoro e sulle scelte dell'impresa.
Ha ragione Delors quando parla contro l'arroganza del “brevitempismo”. Riaprire, nella crisi, un discorso sulla programmazione e sullo spazio pubblico significherebbe mostrare di aver inteso la sfida della crisi, se è la crisi di un intero modello economico e sociale. L'Europa dovrebbe intenderlo prima e più degli altri.

(Fausto Bertinotti sul Sole-24 Ore del 15/5/2009)

Come uscirà il capitalismo da questa crisi? Da destra, da sinistra, dal basso, dall'alto? Le nuove regole che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha delineato mercoledì non offrono una risposta chiara.
Non solo perché queste regole dovranno essere discusse, approvate, emendate (o stravolte?) dal Congresso, sotto la pressione delle potenti lobbies finanziarie, e quindi l'esito lo si vedrà solo ad autunno inoltrato. Ma perché il team economico della Casa Bianca, dal consigliere speciale Larry Summers al ministro del Tesoro Timothy Geithner, non sembra avere idee chiare su che cosa debba essere il “nuovo capitalismo”...
Gli organi di stampa del capitalismo mondiale, dal Financial Times al Wall Street Journal, si sono spesi in una moderata approvazione, quasi fiduciosi che il Congresso edulcori le eventuali asperità del piano. Ma già ieri i regolatori svizzeri chiedevano misure di controllo sulle proprie banche ben più severe di quelle proposte da Obama. Dal canto suo, la sinistra ha sfoderato le prevedibili critiche. Meno prevedibile che a farsene portavoce sia un pilastro dell'establishment finanziario dome il New York Times che ha subito tirato fuori la sproporzionata influenza dei lobbisti di Wall Street sulla stesura del piano...
Ma il problema più serio è che la riforma enunciata da Obama non sembra all'altezza della globalità della crisi: se anche non verrà stravolta, reintrodurrà - al massimo – strumenti di controllo e supervisione strettamente nazionali, quando è chiaro che per regolamentare una finanza globale servono strumenti globali. E' facile profezia prevedere che avverrà per la finanza quel che vige per il diritto internazionale: gli Stati Uniti hanno rifiutato la Corte internazionale dell'Aja per timore che statunitensi possano essere accusati di crimini di guerra. Nello stesso modo, rifiuteranno una Corte dell'Aja finanziaria che giudichi i reati speculativi commessi dai raiders Usa. Ma senza tale strumento, il “nuovo capitalismo” continuerà a giocare a rimpiattino planetario con le regole, gioco che da mezzo secolo tanto appassiona la speculazione mondiale.

(Marco D'Eramo sul Manifesto del 19/6/2009)

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“La riforma di Obama salverà i mercati finanziari”. Per il capo economista di Moody's il progetto supererà, anche se i tempi non saranno brevi, la forte opposizione delle lobby che si sono scatenate per bloccarlo.

(Titolo dell'intervista di Eugenio Occorsio sul supplemento “Affari & Finanza” di Repubblica del 22/6/2009)

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Sapevo che c'era una buona notizia. Ci doveva essere per forza un “silver lining”, come dicono gli americani, un filo d'argento in mezzo a questi nuvoloni gonfi di recessione, disoccupazione, precariati, fallimenti, casse integrazione, globalizzazione e apocalissi assortite.
Le grandi crisi economiche fanno bene alla salute.
Nella Università della North Carolina, una delle più serie e rispettabili fra le tremila e più università americane, un professore di economia si è dedicato, insieme con i colleghi della facoltà di medicina specialisti in epidemiologia, allo studio degli effetti delle crisi economiche sulla salute, probabilmente per trovare qualcosa da fare e salvarsi la cattedra in attesa che passi la bufera.
E' arrivato alla conclusione che la salute della popolazione in generale non soltanto non peggiora, ma migliora nei tempi – chiedo scusa per l'immagine fin troppo ovvia – di vacche magre.
“Contrariamente a quello che credevo quando cominciai la ricerca, ho osservato che il tasso di mortalità e quello di morbilità si riducono durante le fasi difficili dell'economia nazionale”. Dal 1970, da quando le statistiche e le ricerche demografiche si sono fatte più dettagliate, il professor Chris Ruhm ha notato che, quando le condizioni economiche peggiorano, diminuiscono le morti per incidenti stradali, per alcolismo, per ictus e per infarti e – questo è davvero sorprendente – anche per malattie infettive come l'influenza e le polmoniti.
Alcune spiegazioni sono ovvie. Milioni di persone, disperatamente a corto di soldi e senza lavoro, viaggiano meno in automobile, riducendo il traffico e quindi gli incidenti. Bevono meno liquori. Tagliano i consumi superflui come il fumo e i dolci. Restringono l'alimentazione all'indispensabile. E fanno, involontariamente, più attività fisica, battendo la città alla ricerca di un lavoro, facendo riparazioni “fai da te” in casa o, per le donne che hanno perduto il posto, ributtandosi nelle attività casalinghe, senza più baby sitter o colf o asili nido privati...nelle nostre società ipernutrite, ipervitaminizzate, ipermedicate e ipermotorizzate, il ritorno forzato a un'esistenza più spartana ha qualche aspetto positivo. I guai reali, i soldi che non ci sono, le bollette che si ammucchiano, i debiti che bussano, sostituiscono i guai immaginari, il “mal di vivere”, le frustrazioni, le insoddisfazioni, le alienazioni, come già aveva osservato Sigmund Freud quando fu arruolato come ufficiale medico al fronte con le truppe austriache nella Prima guerra mondiale. E scrisse stupito alla sorella che nelle trincee e fra le truppe che rischiavano la vita ogni minuto scomparivano le nevrosi.
Presumo, senza voler contraddire l'autorevole economista e la sua èquipe di ricercatori alla North Carolina University, che questo apparente paradosso della crisi che fa bene alla salute abbia un limite e se le cose si aggravano e si prolungano oltre misura la cura dimagrante riporti alla fame e al disastro. Anche i dati sulle malattie forse significano soltanto che la gente va meno dal medico, in una nazione dove non esiste un sistema sanitario pubblico, e si affida alla “virtus sanatrix naturae”, alla guarigione naturale...

(Vittorio Zucconi su “D-La Repubblica delle Donne” di Repubblica del 31/1/2009)

martedì 11 ottobre 2011

Crisi, fisco, condono, idee per la crisi

Crisi e idee

Già nel maggio 2005 l'Europa sapeva della grande crisi. Nella primavera di tre anni fa, un vertice europeo informale approvò un memorandum che simulava una supercrisi finanziaria.
...Il documento, facilmente reperibile sui siti istituzionali della Ue, si intitolava “Memorandum d'intesa sulla cooperazione tra supervisori bancari, banche centrali e ministri delle Finanze dell'Unione Europea su situazioni di crisi finanziaria”...Nonostante si sottolineasse che questo atto non appariva vincolante per l'autonomia di intervento dei vari paesi in caso di crisi, lo scopo dell'operazione era chiaro. Ovvero, il sistema è ormai globale e nessuno di noi è un'isola.
Questo nel maggio 2005. All'epoca la notizia non suscitò particolare scalpore anche se ambienti londinesi non presero particolarmente bene la excusatio non petita del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, affannatosi a tranquillizzare i cronisti sul fatto che l'accordo non significasse “la presenza concreta di minacce reali in tal senso a medio termine”. Bluffava o lo pensava davvero?...
A rendere il tutto ancora più credibile – lasciando in bocca un sapore di incombenza che le autorità invece negavano, Trichet in testa – fu poi la dinamica scelta per il piano di simulazione della crisi: stando agli studi dell'epoca, infatti, sarebbe stato il collasso di una grande banca operante a livello continentale a far scatenare l'effetto domino generale...

(Mauro Bottarelli sul Riformista del 31/10/2008)

* * * * * * In questa crisi le misure finanziarie sono insufficienti. La ripresa verrà quando inventeremo prodotti adatti alle esigenze del presente e del futuro. L'Italia del dopoguerra ha saputo farlo, pensiamo solo all'invenzione della Vespa, della Lambretta, della Cinquecento, della plastica. E' l'entusiasmo, la voglia di vivere, di fare, di riuscire che crea.

(Francesco Alberoni sul Corriere della sera dell'8/12/2008)

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Stanchi di essere sfruttati, i pescatori si mettono in proprio e vendono il pesce saltando ogni intermediario. In pochi giorni è un successo che scatena l'ira di pescherie e ristoranti. Ma i triestini tornano a mangiare i frutti del mare: a prezzo stracciato.
...E' questa la rivoluzione messa in atto da un mese a Trieste, che trova in Guido Doz, presidente regionale dell'Agci pesca, il suo “conducator”. Pescatore o meglio ancora coordinatore di una cooperativa con pescherecci, stufo di passare per le maglie della filiera, preoccupato per la crisi del mercato (tre cooperative di pescatori chiuse in un anno), stanco di dover pietire per incassare più di 0,70 euro a chilo per alici...vendute a ben altri prezzi in pescheria, ha deciso di alzare la testa.
...Così ha chiesto in affitto al Comune di Trieste una pescheria dismessa in Piazzetta Belvedere e l'autorizzazione a installare un camion-banco-frigo in una delle piazze più dimenticate, ma più centrali, della città, piazza Ponterosso.
La guerra del pesce nasce così. Con una giunta di centrodestra che accetta, un uomo di destra (Doz) che si fa paladino della politica economica della destra sociale e con altri che di destra non sono proprio, come Salvatore Pugliese, rappresentante di Legacoop, che coordina il banco di Campo Belvedere. Questo è il “radicamento sul territorio” che in tanti ben più in alto teorizzano, senza il coraggio di farlo...
Tutto è controllato dal servizio sanitario, c'è il cartellino con origine e quant'altro, esattamente tutto ciò che c'è nelle altre 54 pescherie della città. Ma a prezzi stracciati...a breve apriranno altri punti vendita e altri “camion-frigo” da dislocare nei mercati rionali. Oltre a un luogo dove prepararlo per venderlo già cotto...
A Trieste oggi il pesce costa meno del pane. E il pensionato con la minima, se ne ha voglia, può cenare a branzino...e poi valorizzano anche le colture locali di mitili. In piazza Ponterosso qualche giorno vendiamo dieci quintali di pedoci, mentre nelle pescherie si vendono mitili che vengono dalla Spagna...

(Francesca Longo sul Manifesto del 6/12/2008)

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Ogni giorno dagli scaffali dei supermercati italiani finisce nella pattumiera il cibo sufficiente a preparare colazione, pranzo e cena per 625.000 persone...Uno spreco inaudito che per di più ha un costo: il prezzo per lo smaltimento e il trasporto dei rifiuti, le ore di lavoro dei dipendenti che fanno pulizia, la tassa della spazzatura. Qualcuno però ha deciso di fermare questo meccanismo infernale: un professore di Bologna, insieme ai suoi studenti, ha messo in piedi Last Minute Food, una associazione che recupera il cibo buttato dalla catena della grande distribuzione per renderlo disponibile alla rete delle associazioni di volontariato.
Parte da qui “Non sprecare”, il libro che Antonio Galdo, giornalista, ha appena pubblicato con Einaudi (pp.170, euro 16,00), ma che non si ferma al problema del cibo...
“...Così sono andato a cercare le storie di persone che non solo riescono a non sprecare, ma anche a fare dello spreco una risorsa. Persone che si muovono in luoghi distanti dalla politica, ma che la politica, così povera di progetti e utopie, farebbe bene a cercare e a capire...”

(Cristiana Pulcinelli su L'Unità del 3/12/2008)

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Un boom verde. L'energia del vento fa ricca la Spagna. Dal settore 3 miliardi annui e 38mila posti. Superati i megawatt delle 8 centrali atomiche.

(Titolo dell'articolo di Gian Antonio Orighi su La Stampa del 30/12/2008)

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L'eco-edificio “paga”. I green building continuano ad avere elevati tassi di occupazione.
...Tra le varie tipologie di edifici commerciali, quella che comunque riuscirà a reggere l'impatto della crisi, conservando maggiore commerciabilità, è quella degli uffici caratterizzati da standard superiori e ad elevata efficienza energetica. Anche la redditività di questi immobili sembra destinata a rimanere più elevata. Secondo un recente studio, infatti, “gli utilizzatori di spazi per l'impresa sono disposti a pagare affitti superiori al 10% dell'affitto medio di mercato per un green building”. La diffusione di edifici a elevata efficienza energetica nel prossimo decennio – concludono i ricercatori di Nomisma – potrebbe determinare un risparmio nei consumi pari circa al 18 per cento”...

(Emilio Bonicelli sul Sole-24Ore del 15/11/2008)

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Che la congiuntura sia difficile non lo si può negare, ma neppure che ci siano modi molto diversi di affrontarla. O che ci siano settori che vanno controcorrente. E' così che si spiega la storia di un gruppo di lavoratori trentini che piuttosto di rimanere a casa in mobilità e vedere fallire l'azienda in cui lavoravano, hanno costituito una cooperativa e la hanno rilevata...
“Se abbiamo fatto la scelta giusta, sarà solo il mercato a dirlo”, sostengono i lavoratori della Nicolini spa, storica azienda trentina di mobili per bagno...
Il progetto è stato finanziato nella fase iniziale con i risparmi dei lavoratori e con un finanziamento della locale cassa rurale.

(Cristina Casadei sul Sole-24 Ore del 31/12/2008)


100 miliardi, pari a 7 punti di pil. E' quanto brucia in un anno l'evasione fiscale in Italia. Ma tra il 2006 e il 2007 un quinto delle “mancate entrate” è stato recuperato. E' il dato saliente del Rapporto al parlamento redatto dal viceministro dell'economia Vincenzo Visco. Finita la stagione dei condoni, i 23 miliardi di maggiori incassi sono dovuti sia all'incremento degli accertamenti che all'adeguamento “spontaneo” da parte dei contribuenti.
...Il sommerso fiscale italiano supera almeno del 60% la media dei paesi dell'Ocse.
...Le grandi imprese evadono di più in valore assoluto, ma in percentuale le piccole e medie si comportano peggio: occultano il 55% in più di base imponibile delle grandi. Le differenze tra Nord e Sud sono “minime”, sostiene il rapporto, rompendo lo stereotipo secondo cui al Sud si evade più che al Nord.

(Sul Manifesto del 24/10/2007)

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Anche i rigoristi vogliono spendere, qualche volta. La lotta all'evasione richiede risorse, protesta il viceministro dell'Economia Visco, che nella lunga notte della legge finanziaria ha subito anche lui un taglio. Voleva una deroga al blocco delle assunzioni per Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Dogane, e gliel'hanno cancellata. Inoltre, per dimostrare che non ce l'aveva con la Guardia di Finanza, aveva chiesto 80 milioni per accrescerne l'efficienza”, e non li ha avuti...Ieri l'ha detto in tv, che quel taglio non gli va bene: “Se la si vuole fare, la lotta all'evasione, bisogna potenziare gli uffici”... Fino adesso, spiega Visco, “questo governo ha potuto recuperare evasione fiscale grazie al cambiamento di linea politica rispetto al governo precedente, perchè i contribuenti hanno capito che facevamo sul serio. C'è stata una maggiore adesione spontanea di cui abbiamo visto i risultati”. Ma d'ora in poi, per continuare ad accrescere il gettito, “occorre che l'amministrazione del fisco si rafforzi, assumendo giovani preparati”; altrimenti, ci si fermerà qui.
Soprattutto nel Nord abbiamo bisogno di nuovi impiegati, precisano all'Agenzia delle Entrate. Il loro è uno dei rari casi nell'amministrazione pubblica, dicono, dove la produttività si può misurare: tanti nuovi assunti, tanto gettito recuperato. Ogni nuovo assunto può rendere allo Stato parecchie volte il suo stipendio...

(Stefano Lepri su La Stampa del 1/10/2007)

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All'Agenzia delle entrate i dipendenti entrano poco. L'ufficio che scova gli evasori ha un problema di evasione dal lavoro: 1800 “malati” per più di 50 giorni di fila. Ora li hanno messi in riga. E i risultati si vedono: nel 2007 un boom di accertamenti. Grazie a nuove tecniche. E a 36mila lettere anonime.
Colpire, prima di tutto, l'evasione in casa propria. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Massimo Romano, ha fatto due conti e ha scoperto che tra i suoi 30.335 dipendenti qualcosa non va: troppe assenze per malattia (1800 sono stati assenti per più di 50 giorni di fila), troppi distacchi sindacali (magari per cambiare sede), troppi permessi per assistere i parenti non autosufficienti. Risultato? Un'operazione “trasparenza”, di controlli e verifiche sul personale, e un appello al ministero del Tesoro (da cui l'Agenzia dipende), perchè vari norme più efficaci e rapide per colpire gli scansafatiche e per licenziare i dipendenti corrotti. Del resto, l'assenteismo è tutto lavoro sottratto alla lotta all'evasione. Finita l'epoca dei condoni targati Tremonti, in cui il personale era soprattutto occupato a gestire le richieste di sanatoria, oggi l'Agenzia delle Entrate impiega per la caccia all'evasione più della metà delle sue risorse interne: si punta sulle donne (il 52% del personale) e, in generale, sui giovani laureati in economia e in legge.
A Roma, nelle stanze di vetro di via Cristoforo Colombo dove c'è la sede centrale (altre 386 sono sparse per l'Italia), il lavoro davanti al computer è a ciclo continuo. Spesso si fanno le ore piccole...Anche se servirebbe altro personale (la richiesta è di 4600 assunzioni nel prossimo triennio), i risultati di questa nuova stagione della lotta all'evasione sono da record: il 95 per cento dei controlli effettuati va a segno (almeno un'infrazione, cioè, viene rilevata).
Un dato che fa impressione, ma si deve tenere conto che si tratta di verifiche mirate, mai casuali...Le informazioni per stanare gli evasori ci sono: la scommessa vera è riuscire a metterle in relazione tra loro...
Se informatica e statistica sono gli strumenti principali di questo lavoro, capita che le verifiche partano dalle segnalazioni sul vicino di casa. Un fenomeno non tanto marginale: sono circa 36mila le lettere di “delazione” spedite ogni anno all'Agenzia (da mittenti sempre anonimi). Quando le denunce sono generiche non vengono prese in considerazione, ma se i dettagli sono precisi il personale dell'Agenzia inizia a compiere le verifiche... Spesso, poi, collegata con l'evasione c'è la criminalità organizzata e il supporto della Guardia di Finanza è fondamentale, data la natura amministrativa dell'Agenzia e quella militare delle Fiamme Gialle....

(Marco Romani sul Venerdì di Repubblica del 5/10/2007)

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In Sicilia il record delle “lunghe degenze”.
Tempra di ferro in Trentino, cagionevoli in Sicilia. Sarà colpa del sole ma nell'isola i dipendenti dell'Agenzia delle entrate si ammalano ogni anno per un numero di giorni (sedici) doppio rispetto ai colleghi che vivono sotto le Alpi (otto). Ma dalla relazione sul 2006 scritta dal direttore, Massimo Romano, emerge una doppia realtà: a fronte di 1800 dipendenti che sono stati lontani dalla loro scrivania per oltre cinquanta giorni, più di un terzo dei lavoratori (il 34 per cento, pari a 12.500 persone) non ha portato nemmeno un certificato medico. Non deve stupire, poi, che il 53 per cento delle assenze superi i 15 giorni: sotto questo numero, strano ma vero, al dipendente viene sottratta dallo stipendio un'indennità di 230 euro (che altrimenti non verrebbe toccata).Questo meccanismo, inventato per stoppare il microassenteismo (quello di due o tre giorni), ha finito con il moltiplicare le “lunghe degenze”... è come se ogni anno l'Agenzia lavorasse con 370 persone di meno.

(Marco Romani sul Venerdì di Repubblica del 5/10/2007)